Se secoli e secoli di dominio umano hanno ridefinito il ruolo del vivente con la creazione di modelli di produzione zootecnica e agricola sempre più omologati, funzionali e stereotipizzati, negli ultimi decenni, con il progredire delle tecnoscienze, lo scenario si è fatto sempre più convulso e preda di un delirio di onnipotenza.
Nello specifico “mondo del cane”, con la strumentalizzazione per fini utilitaristici e la sperimentazione per fini scientifici, il potere umano si è rafforzato ed esteso, pur continuando a far proprio il detto, ipocrita e autoriferito, “il cane è il miglior amico dell’uomo”.
Inneggiando falsamente al concetto di “amicizia”, nel tempo la scienza è intervenuta plasmando anche i cani, creando nuovi bisogni e desideri.
In particolare, il campo della ricerca bio-tecno-scientifica, proiettato ad un futuro sempre meno ipotetico e sempre più a breve termine, accumula dati inerenti la fenotipizzazione, il miglioramento genetico in laboratorio e la clonazione. Complici tecnologie sempre più raffinate in grado di immagazzinare ed elaborare quantità di informazioni impensabili fino al secolo scorso.
Se l’editing genetico può essere percepito come un trattamento medico, andare oltre la salute è il passo successivo. Se l’opinione pubblica pare accettare senza grosse difficoltà l’editing per scopi terapeutici, l’assimilazione dello step complementare di modifica per ottenere miglioramenti anche estetici e di prestazione fisica è alle porte. Come sempre, con la terapia passa, più o meno sotto traccia, tutto il resto.
Realizzare in laboratorio “il cane di design” o di “razza”, scevro da eventuali patologie invalidanti, “ottimizzato” per interesse e successivamente riprodotto serialmente non è più fantascienza, ma rappresenta la perversa proiezione possibile oggi giorno: per i super ricchi intanto e, se il mercato risponde, per sempre più tasche…
L’ “umano padrone” perde il pelo, non il vizio.
“Facciamo meglio di quanto la natura fa da sempre” è il pretenzioso motto promozionale del comparto biotech.
Con il rapido avanzare delle tecnologie negli ultimi decenni, declinate in ogni campo di ricerca e destinate ad un incedere sempre più frenetico e pervasivo, è difficile sperare in un futuro libero da una sperimentazione violenta e fonte di sofferenza.
Se in campo umano l’etica può ancora avere un peso, passando per i comitati etici e attraverso il controverso “consenso informato”, ricorrerci quando si tratta del resto del vivente è ancora meno plausibile. Un’etica, in questo caso, ancora più compressa fra ciò che sarebbe giusto e cosa invece è utile e non di meno, remunerativo.
Non intendiamo riprendere ora le ragioni – che condividiamo – della lotta contro la sperimentazione animale [1]. Ciò che ci preme analizzare qui sono gli effetti che l’invasività biotecnologica può avere in termini di selezione volta al “miglioramento razziale” del “migliore amico dell’uomo”.
L’enorme sviluppo delle tecniche avvenuto in contesti di altissima competività speculativa, gioca una partita pericolosa: aumentano gli strumenti a disposizione e cresce l’assoggettamento degli animali “cavia” in mano alla sperimentazione.
E’ bene sottolineare che la scienza non è neutra, perchè – come ogni produzione dell’industria culturale d’altronde – ha una doppia valenza, un dual-use.
Per curare deve creare consenso, per progredire deve ottenere finanziamenti. L’unico limite è quello economico, dunque spesso il lato ammiccante è portato a nascondere quello oscuro.
In ambito zootecnico, oltre alla tecnica di inseminazione in vitro IVF (“donatrici” di ovociti, “donatori” di sperma, cultura di embrioni e portatrici gestazionali – tra gli animali non umani ovviamente, quindi sempre senza bisogno di avere il “consenso informato”) sono due le vie intraprese in ambito di ricerca:
– la modifica genetica (OGM)
– la clonazione
Cani CRISPR: l’editing genetico
La capacità di modificare direttamente il DNA del cane ha aperto nuove strade nella medicina veterinaria e nella ricerca biologica. Questa tecnologia consente modifiche precise al genoma canino, con il potenziale per correggere difetti genetici e introdurre tratti nuovi. Stiamo parlando della CRISPR-Cas9 e di tutte le sue versioni a seguire.
Le modificazioni genetiche apportate possono essere applicate in due contesti distinti.
L’editing somatico prende di mira le cellule del corpo di un singolo cane, il che significa che i cambiamenti riguardano solo quell’animale e non vengono trasmessi alla prole.
Mentre l’editing della linea germinale modifica le cellule riproduttive, lo sperma o gli ovuli, con conseguenti cambiamenti ereditabili che vengono tramandati attraverso le generazioni successive.
Applicazione primaria della CRISPR è il trattamento di malattie ereditarie comuni in specifiche razze canine. La ricerca si riconduce, per ora, anche sul cane, ma principalmente si svolge a fini di cura umana [2]
Il mondo zootecnico [3] è in fermento: nei laboratori vengono torturati milioni e milioni di animali riconducibili a varie specie, con lo scopo di affinare nuove tecniche e migliorare quelle ancora condizionate dal rischio di mutazioni “off-target”.
La domanda è: perché insistere con la problematica selezione delle “razze”, per poi aver bisogno dell’intervento biotech atto a ridurne gli effetti collaterali? Perchè all’interesse economico, si aggiunge altro interesse economico: questo è il capitalismo e anche qui, per i cani, ci stiamo dentro in pieno. Contribuire alla mappatura del genoma canino per il controllo genetico della parentela, identificare le genealogie errate, individuare precocemente il sesso delle cucciolate, selezionare i riproduttori e le riproduttrici, etc… Tutto ciò e altro ancora: non si tratta solo di questione di “salute”.
Se l’editing e le manipolazioni genetiche vedessero abbassare i propri costi, come è stato per il sequenziamento e per i test sul DNA pubblicizzati dalla vet economy – spesso richiesti da Enci – e sempre più persone dovessero ricorrere alle lusinghe dell’ “high tech dog”, ci troveremo socialmente davanti alla più moderna idea del cane, che da migliore amico diventerebbe il più perfetto dei migliori amici: super sano, super educato, super bello. Dipende dall’idea che si ha di sano, educato e bello…
Clona il tuo cane e sarà per sempre tuo
Correva l’anno 1997 e dopo anni di tentativi qua e là per il globo terrestre, ecco che in Scozia arriva il primo mammifero clonato: la celeberrima pecora Dolly.
Nei decenni successivi è stato clonato un po’ di tutto in campo animale, con particolare attenzione riservata al settore animale “da macello” (il materiale necessario è reperibile sui pavimenti insanguinati dei macelli stessi: quando si parla di economia circolare…)
Fissare il “modello” ideale, replicarlo serialmente e farlo vivere il tempo necessario per arrivare alla fine “imposta”, è il sogno dell’industria della carne-lattiero-casearia che si realizza. E l’industria scientifica entra nel business: ad esempio, produrre meno metano [4] e il traguardo la bistecca sintetica “veg”.
La clonazione è stata sviluppata grazie a tecniche di ingegneria genetica come il trasferimento nucleare somatico (SCNT). Grazie alla clonazione è possibile generare l’animale con genoma modificato partendo da una cellula coltivata in vitro.
Grande risorsa per il settore equestre di alto livello, dove i cavalli clonati, da qualche anno sono ammessi nelle competizioni. Il primo clone equino, una cavalla chiamata Prometea, è stata partorita in Italia nel 2003.
Inquietante anche il risvolto di proprietà – di “brevetto” – sorto quando una “icona mondiale del polo argentino” è riuscita ad ottenere legalmente il diritto esclusivo sulla proprietà genetica degli animali clonati [5]; da qui il rimando anche al mondo vegetale [6].
Torniamo al cane, senza dimenticare cosa rappresenti “la proprietà intellettuale applicata al materiale genetico”.
1095 embrioni ricostruiti in laboratorio, impiantati in 123 madri surrogate. Soltanto due sono arrivate a concludere la gravidanza, con un tasso di “efficienza” dell’1,6%.
Uno dei due cuccioli è morto di polmonite dopo 22 giorni dalla nascita, ma, rassicurano i ricercatori, non presentava alcuna disfunzione anatomica.
L’altro cucciolo, il sopravvissuto, è stato chiamato ‘Snuppy’. Sud Corea questa volta, 2005, lo stesso anno di ‘Little Nicky’, negli Stati Uniti.
La clonazione dei “pets” è già attuata e commercializzata. Che arrivi ovunque è solo questione di tempo e di soldi.
Con “soli” 50.000 dollari, circa 55.000 euro se scegliete la Spagna [7], la selezione “razziale” può fare un altro salto di qualità: si parla già sul web di “razze” clonate.
Sul sito di uno dei principali centri statunitensi specializzati in biotech si legge: “Abbiamo prodotto migliaia di mucche clonate felici e sane e centinaia di cavalli clonati, tra gli altri animali. Le stesse pratiche e competenze che sono alla base di questi successi vengono ora applicate alla clonazione canina tramite ViaGen Pets [8] Ci aspettiamo che il costo della clonazione del vostro animale domestico venga ridotto, senza compromettere la nostra impareggiabile cura degli animali e l’amore che dimostriamo agli animali del programma ViaGen Pets.”
Visti i costi elevati, nell’impossibilità di avanzare una proposta commerciale accattivante alla portata di un mercato allargato, il marketing si fa largo anche facendo leva sul lutto, sul dolore derivato dalla morte del nostro “migliore insostituibile amico”. Mentre la psicanalisi narra ancora di cinque fasi del lutto, chi si occupa di clonazione ne offre una sesta: la resurrezione! (Dicesi “tecnoteismo”).
L’elaborazione della perdita di un affetto è un processo personale, difficile, lento e delicato. Non è una malattia da cui si può guarire o meno. Ridurre però “l’amico defunto” a “qualcosa” di replicabile, è una trovata commerciale raccapricciante che non può alleviare il dolore ma solo illudere, riconducendo l’amato quadrupede nuovamente ad oggetto “copia e incolla”, sminuendo l’individualità sia dell’ “originale”, sia della “copia”.
Replicare esteticamente l’essere che abbiamo perso per colmare il vuoto dato dalla sua assenza, ha del morboso.
Cercare di attenuare il nostro dolore acutizzando quello di altri, nulla ha a che fare con l’amicizia e l’amore declamato dai programmi di clonazione.
La megalomania di chi offre e di chi commissiona, nulla hanno a che fare con la convivenza ed il rispetto reciproco.
Tanta indignazione sorge, per fortuna ancora, quando si parla di clonazione dell’essere umano.
Che altrettanta si sprigioni anche ma non solo, quando si tratta di cani e cagne, i più abusati “amici dell’uomo”.
2] https://www.research4life.it/
3] https://creafuturo.crea.gov.
4] https://youtu.be/PsqEn2tvREc
5] https://www.cavallomagazine.
