Selezione/igiene razziale e sperimentazione sugli animali.
Il problema razziale in ambito umano attraversa le linee del colore della pelle, dell’aspetto fisico, della fede, dello status sociale ed è influenzato dai modelli culturali vigenti oltre che da odio e pregiudizio che alimentano discriminazioni e oppressioni. L’idea della razza è quindi un elemento mobile che non si collega semplicemente alle classificazioni biologiche ed è una categoria ideologicamente flessibile, politica, sociale e culturale.
In genere è un indicatore di status superiore/inferiore, di privilegi e subalternità, spesso sostenuto dalle teorie violente di un razzismo scientifico che ha supportato, nel tempo, genocidi, sterilizzazioni di massa, sperimentazioni eugenetiche sugli elementi considerati meno desiderabili della “Nazione” (bianca e civilizzata) eseguite su un calcolo utilitaristico, economico e di potere.
Gli esempi sono innumerevoli, tra questi gli esperimenti senza anestesia (riservata solo alle donne bianche) condotti sulle fistole vaginali delle schiave nere in Alabama nella metà dell’800 ad opera di quello che oggi è considerato il padre della ginecologia James Marion Sims (1813 – 1883)1; quelli eseguiti sui cosiddetti “disabili mentali” sottoposti a lobotomie ed elettroschock che purtroppo continuano anche ai nostri giorni; l’eliminazione delle persone portatrici di disabilità in Germania, negli anni ’20 (molto prima del trionfo del nazionalsocialismo di Hitler) i cui corpi avrebbero offerto nuove opportunità per la ricerca scientifica (Sic!); la sterilizzazione forzata, negli anni ’70, delle donne native nord americane, senza il loro consenso e ottenuta tramite raggiri, per diminuire il loro tasso di fertilità così come avvenuto, agli inizi del 2000, sulle donne ebree etiopi nei centri di transito ebraici prima di essere ammesse in Israele.
Per non parlare della moderna ingegneria genetica, oggi in pieno sviluppo, che dopo i corpi si è impadronita anche del genoma: clonazioni, riproduzioni artificiali, organismi geneticamente modificati, di cui scopriremo forse solo fra qualche decennio scomode verità oggi nascoste.
Anche il mondo cinofilo, così come l’industria della pet-economy e della vet-economy, sono pervasi dall’ideologia razzista.
Nelle fiere e mostre canine (e di altri animali) quest’idea si concretizza proprio nella distinzione tra razze, pure e certificate, nella loro preservazione e nella valorizzazione della loro genealogia che ne aumenta il valore di mercato, proprio come avveniva nelle fiere e nei mercati di compra-vendita delle persone schiavizzate.
L’evidente intreccio tra “visioni” a sfondo razziale umane e quelle che riguardano i non umani è risultato fondamentale per il processo di costruzione delle razze come quelle dei cavalli, dei cani, dei tori, ecc. Una costruzione sociale che, analogamente a quella umana, è basata principalmente sulla superiorità di una razza sull’altra, sul miglioramento della razza, sull’orrore dell’imbastardimento e dell’incrocio razziale in una reinterpretazione del controllo sociale umano applicato a quello animale e viceversa.2
Alcuni dei più rinomati genetisti3 del secolo scorso erano essi stessi allevatori esperti. Si incomincia così col dare sempre più valore agli animali purosangue, si inventa il “mito del pedigree” che ha riguardato in primis i cavalli, protagonisti di una lunga storia di proiezioni razziali, si promuove accanitamente l’istituzione dei Kennel Club, organizzazioni che si dedicano alla regolamentazione e mantenimento della purezza razziale e all’organizzano di mostre, fiere e concorsi.
Il processo di naturalizzazione delle razze, così come quello della domesticazione, è tutt’altro che naturale ma costituisce uno dei primi laboratori del dominio, il prototipo della sottomissione di classe, di genere, di razza e di specie. La stessa radice etimologica di capitale deriva dal latino caput(testa)e si riferiva originariamente ai capi di bestiame che costituivano una delle forme fondamentali di ricchezza. Bestiame che veniva (e viene tuttora) sottomesso e sfruttato per generare ulteriore profitto.
In ambito animale il maltrattamento eugenetico, la suddivisione in razze e la loro produzione artificiale non si sono mai arrestati, anzi continuano imperterriti trovando una sempre maggior proliferazione e “creatività” genetica e di selezione razziale. Un esempio su tutti l’utilizzo, negli allevamenti di cani e gatti, del baby schema per cui si selezionano proprio quei caratteri fisici (musetto schiacciato, testa e occhi grandi, lineamenti arrotondati) che incentivano la cura e la protezione della prole in ambito umano. Caratteristiche che attivano le stesse reazioni di affetto e di accudimento che si hanno nei confronti dei neonati: comportamenti istintivi epimeletici in grado di spiegare anche gli effetti sui legami relazionali interspecifici.
L’appeal del baby schema non è sfuggito agli allevatori che hanno esasperato queste caratteristiche su una vasta quantità di razze canine e feline. Si tratta di spacciare una falsa autenticità, tratti somatici o caratteriali promossi come innati, prodotti invece ad hoc tramite precise manipolazioni, per rinforzare proprio le caratteristiche desiderate in una specifica razza. Pratiche che hanno coinvolto molte specie animali ma che hanno avuto una terribile aderenza proprio nella produzione di razze canine, dove le caratteristiche razziali e le correlate motivazioni di razza, sono da preservare e valorizzare perché spacciate come proprietà biologiche innate.
In questo sistema razziale non si tiene in alcun conto la singolarità, unica e particolare che ogni essere vivente possiede e riduce sensibilmente e condiziona gravemente la fondamentale importanza della rete di relazioni che costituiscono invece ogni essere vivente. Fortunatamente i cani e gli altri animali, anche se selezionati geneticamente, hanno mantenuto la loro capacità di relazione ma questa, purtroppo, risulta fortemente stressata dalla manipolazione genetica usata per la produzione della singola tipologia di razza.
È indubbio che la selezione razziale e la sperimentazione sugli animali abbiano connessioni storiche e concettuali: corpi riprodotti forzatamente per essere consumati, utilizzati, sperimentati, manipolati.
In entrambe, i corpi degli animali utilizzati, sono testati e minuziosamente contabilizzati su registri di carico/scarico, come ogni merce che si rispetti. Entrambe sollevano questioni etiche complesse sulla relazione tra scienza, etica e società e rivelano le reciproche morbosità come nel caso della sperimentazione animale in ambito veterinario, che usa proprio i corpi animali (a tutti gli effetti unità sperimentali forzate e costrette a vivere in condizioni di completa reclusione e sofferenza) per studiare e curare le sempre più numerose patologie degli animali di razza presenti nelle nostre case.
Il dispositivo di selezione eugenetica è servito anche per inibire la resistenza degli animali che tendono, appena ne hanno la possibilità, a ribellarsi, evadere, attaccare, mordere. Nel tempo, a conferma di questa resistenza, si sono sviluppati progressivamente metodi di contenzione e repressione sempre più opprimenti per contrastare questa resistenza: catene, pungoli, sbarre, fino ad arrivare appunto, in tempi moderni, alla manipolazione genetica che è a tutti gli effetti un’altra tecnica di controllo che ha avuto un grande successo per fiaccare e indebolire la resistenza degli animali allevati e, per contro, sviluppare un sempre maggior grado di docilità, oltre che di produttività. Da qualche tempo in qua, insomma, grazie alle sperimentazioni genetiche, è tutto più facile per gli allevatori.
L’impianto eugenetico di selezione razziale, per i suoi presupposti etici aberranti e per gli abusi storicamente comprovati, per gli effetti discriminanti e violenti, va abolito anche in ambito animale.
Se veramente desideriamo bucare l’asfissiante assetto sociale in cui viviamo, disordinare e meticciare questo sistema, dobbiamo riconoscere e contrastare l’impianto razzista in ogni sua forma. Riconoscerne le aberranti varianti, anche in ambito cinofilo, è un primo tassello per sbarazzarcene.
Se, come detto, l’imprenditoria delle razze canine si costruisce sull’onda di decenni di propaganda del “cane dell’umano” e su millenni di normalizzazione dello sfruttamento dell’animale umano sulle altre specie, è importante capire in quale modo l’adesione delle persone nel nostro quadrante di mondo sia diventata quasi totalitaria.
Con la crescente presa dei mercati a danno di ambiente, animali e persone, i lucratori hanno stretto via-via una forte e dettagliata collaborazione in affari con i “fanatici del cane”, approfittando, per giunta, del mutare delle condizioni di vita che si sono create in particolare nelle società ricche: laddove nascono meno bambini, aumenta il numero degli animali impiegati, consapevolmente o meno, come surrogati affettivi.
Il risultato attuale è che sempre più persone non solo finiscono preda del pet- marketing, ma esprimono nell’acquisto di cani (e suppellettili) il moderno bisogno di godere di quella che oggi è diventata la principale funzione dei cani: la compagnia. Senza che si dismettano nemmeno del tutto le antiche funzioni lavorative e sportive, di selezione ed esposizione, adempiendo così al compito di creare i soggetti desiderati dai nuovi amanti dei cani, finendo per sminuire lo stesso concetto e le stesse pratiche legate ai buoni sentimenti di stampo solidaristico.
Il quadro diventa completo, infatti, quando gli stessi veri amanti dei cani rimangono vittime della propaganda anti-randagio, non perchè ideologicamente contrari alla convivenza con i cani vaganti, ma perchè da una parte attratti dalla possibilità economica di offrir loro più comfort e sicurezza e dall’altra perchè testimoni preoccupati delle violenze che subiscono sempre più spesso i cani di strada a causa della brutale caccia al randagio messa in atto dalle istituzioni in combutta con chi fa business sulla pelle dei cani non di proprietà.
Se dunque il cane di nessuno, dopo la legge quadro nazionale del 1991, non può più essere ucciso e inizia così a rendere denaro se accalappiato e recluso nei canili, il cane di razza paga moneta se allevato e venduto come compagno di vita da adorare. Un sistema diabolico, a ben vedere, nemmeno troppo complesso se non per la correlazione progressiva che stringe con altre categorie d’interesse: selezionatori, allevatori e venditori, cui si aggiungono veterinari pubblici e privati, inventori, produttori, trasportatori e venditori di pet-food, inventori, produttori, trasportatori e venditori di prodotti pet di tutti i tipi, addestratori ed educatori, titolari di pensioni e asili, massaggiatori, riabilitatori fisici e psichici, dog-sitter, yoga-dog, wedding-dog, chef-dog e chi più ne ha più ne metta.
Non ci si vergogna più a offrire e praticare servizi pet che generano profitto trasformando stabilmente le visione stessa del benessere dei cani, di razza e non…ma preferibilmente di razza.
Per coloro tra i cani che non si adattano ai nuovi standard o non gradiscono, restano in ultima battuta i box dei canili. Per coloro tra gli umani che possono e vogliono scegliere e prevedere i comportamenti del loro futuro cane, il lavoro della razza diventa opera di tutela, promessa di convivenza domestica riuscita, una specie di copertura assicurativa sulla vita relazionale per l’accorata famiglia pet-mate, una fideiussione di felicità che funge da adesione convinta al nuovo paradigma razziale non individuato, perchè in fondo a nessuno preme davvero metterlo in luce.
Non è interesse degli umanisti incalliti, dei produttori e dei rivenditori di cani, non è interesse dei professionisti del settore cinofilo, non è interesse di tutti coloro che ci guadagnano e non è interesse dei fruitori del servizio.
La realtà è che, in fondo e in superficie, sono quasi tutti convinti ormai che non sia interesse nemmeno dei cani tornare all’epoca in cui non avevano un “padrone”.
Avere un “padrone” è diventato garanzia di gioia e sicurezza e essere di razza sarebbe garanzia di qualità fisica e comportamentale. Peccato che non sia nemmeno così: non solo i cani meticci e senza padrone vedono tramontare in tutto il mondo, con la rapidissima globalizzazione dei mercati, la possibilità di vivere come hanno sempre vissuto, più o meno felicemente e più o meno vicini agli umani; gli stessi cani di razza, in quanto prodotti della società specista più organizzata ed edulcorata, soffrono. Soffrono moltissimo per le svariate ragioni che afferiscono al mondo in espansione finanziaria planetaria della produzione canina.
Un esempio, forse il più eclatante, di come il razzismo possa arrivare a costituire un sistema ideale di successo, che ha quasi chiuso il cerchio dell’uso e dell’abuso, laddove il cuore e la mente stringono la mano al conto in banca.
E la ruota gira e gira…e il razzismo lo negano anche i filosofi cinofili.
E vissero tutti – tranne la maggior parte dei cani – felici e contenti.
1 Tra il 1845 e il 1849, non avendo le donne schiavizzate accesso agli ospedali, J. Marion Sims gestì una clinica privata nel suo cortile di Montgomery. Fu il primo ospedale conosciuto dedicato specificamente alle donne di colore, non per compassione, ma perché Sims aveva bisogno di soggetti umani per i suoi esperimenti di chirurgia ginecologica. Tra loro c’erano tre donne di cui conosciamo i nomi: Anarcha, Lucy e Betsy.
Fonte: https://talkafricana.com/j-marion-sims-the-surgeon
2 Chiara Stefanoni, Razzismo e specismo: un intreccio eugenetico, aut aut, 401, ed. il Saggiatore, Milano 2024, pp.112-121.
3 Tra questi Charles Davenport (1866–1944), biologo ed eugenetista statunitense e Madison Grant (1865-1937) eugenista di spicco e insegnante di zoologia ad Harvard, esperto nella ricerca sul pollame nonché uno dei leader dell’American Breeders Association (ABA), dedita all’investigazione genetica sull’allevamento di animali e piante. Nel gennaio del 1909 si diede inizio alla pubblicazione dell’American Breeders Magazine e Charles Davenport divenne segretario della sezione animali dell’Associazione.
