LA CULTURA (EUGENETICA) DELLE RAZZE – SCHEMA

1 Eugenetica e razzismo: un piano di lettura che può spiegare molti aspetti di un periodo che culminò con la seconda guerra mondiale, una guerra dove il conflitto era costantemente alimentato dalle idee della superiorità della razza.

2 Dopo le tragedie del conflitto e le aberrazioni degli stermini nazisti anche la parola eugenetica, che direttamente era legata ai progetti razzisti di questo regime, se intesa come miglioramento e superiorità della razza, è stata progressivamente abbandonata anche in tutti gli altri ambiti. Si può parlare tuttavia più di una “rimozione” che non di una reale analisi e di una elaborazione rispetto all’intero periodo storico appena passato.

3 Che si tratti di una vera e propria rimozione è ancora più evidente osservando le nostre pratiche in campo animale e, in particolare rispetto ai cani. Ed infatti, benché si rifiuti in ogni modo di utilizzare questa parola, l’eugenetica è nei fatti praticata ancora oggi nell’allevamento di questi animali, esattamente secondo gli stessi criteri di 150 anni fa: ovvero come “miglioramento delle razze attraverso la selezione dei riproduttori”.

4 Il termine eugenetica era nato inizialmente solo in riferimento all’essere umano (così come anche il termine razza). Tuttavia, anche a causa delle scarse conoscenze scientifiche del tempo molti furono i fraintendimenti. Ed anzi già Darwin stesso nutriva alcuni dubbi in merito alla possibilità di trasmissione anche di patologie ereditarie, così come Lorenz pochi decenni dopo ne sarà invece certo, pur non comprendendone appieno le reali cause.

5 La “cultura delle razze”: il passaggio dall’ambito umano a quello animale è evidente in ambito cinofilo ed è sufficiente osservare le definizioni correnti delle parole “cane” e “cinofilia” per comprendere come oggi il termine cane e il termine razza sono legati e apparentemente inscindibili, tanto che non esiste una parola che identifichi questo animale se non come animale “domestico” e soggetto a “selezione” umana.

6 La teoria della domesticazione del lupo è emblematica di come possono essere nati molti pregiudizi. Supponendo infatti che il cane sia soltanto il frutto dell’azione umana, rappresentata dal processo di domesticazione, si dipinge questa specie anche come totalmente dipendente dalla nostra, in quanto saremmo noi ad averla letteralmente creata. Una teoria dunque che considera l’esistenza stessa del cane come assolutamente vincolata al processo di domesticazione e all’allevamento da parte nostra. Anche teorie più recenti come quella dei “village dog” dei Coppinger, che si basano tuttavia sull’idea di uno spontaneo avvicinamento, restando quindi legate al presupposto, tutto invece da dimostrare, di un rapporto diretto tra l’esistenza della specie cane e l’attività umana (che invece, in rapporto alla nascita di questa specie, potrebbe essere stata anche quasi del tutto ininfluente).

7 Il razzismo e le teorie della superiorità della razza ci mostrano quindi quale è stata l’eredità lasciataci dalla parola eugenetica, un’eredità che potremmo definire come il “lato oscuro” della parola progresso, che se da una parte portò indiscutibili avanzamenti, dall’altra portò anche a giustificare le differenze, le disparità ed anche la posizione di dominio dei più forti. Infatti il mito della razza pura, nato da pregiudizi religiosi e da un vero e proprio culto della natura, come vedremo, è all’origine anche del razzismo scientifico, da cui poi derivarono le catastrofi che tutti conosciamo.

Ed è su questo stesso mito che si basa anche la “cultura delle razze”, una cultura che oggi vediamo puntualmente riproposta nella selezione dei cani con l’unica differenza che, rispetto a questi animali, non abbiamo alcuna difficoltà ad ammettere che le razze non sono nient’altro che un prodotto umano. Di questo anzi ci facciamo un vanto arrivando addirittura a pensare di aver creato non solo le razze, ma addirittura anche lo stesso cane.

Evoluto→Migliore→Superiore: potremmo individuare in questa consequenzialità apparentemente logica il pregiudizio su cui l’eugenetica si fonda, da cui poi discende la convinzione che ciò che è di razza è anche in qualche modo superiore a ciò che non lo è.

8 Per comprendere meglio il quadro è utile osservare come sia le idee razziste che quelle eugenetiche si svilupparono in un periodo storico (che in qualche modo dura fino ad oggi) completamente immerso nel mito del “progresso”, un mito che a partire dalle conquiste coloniali fino a quelle in campo tecnico e scientifico, ha completamente cambiato anche l’immagine che l’uomo ha di se stesso.

In questo quadro l’eugenetica non sembra altro che l’applicazione in campo biologico delle stesse idee di progresso e miglioramento che erano diffuse in ogni altro ambito.

9 E tuttavia la diffusione di questo mito del progresso avvenne in un contesto socio-politico ben preciso. Un contesto largamente permeato di pregiudizi religiosi rispetto la veridicità dei testi sacri e dove era convinzione diffusa che il ruolo della scienza non fosse altro che dimostrare l’assoluta verità di ciò che è scritto nella bibbia. Proprio per questo le prime teorie evoluzionistiche vennero inizialmente osteggiate dal potere religioso, che vedeva messe in discussione anche le basi del proprio dominio sociale. E se in Francia queste idee trovarono credito ed anzi nacquero contemporaneamente alla Rivoluzione, in Inghilterra invece vi fu una vera e propria repressione, con scomuniche ed anche arresti. In questo quadro il ruolo di Darwin fu di provare a “sterilizzare” le proprie teorie da un punto di vista sociale e politico, contribuendo anche a marginalizzare i personaggi più scomodi. Ed anzi cercò di renderle funzionali al potere stabilito e di cui egli stesso godeva i benefici.

10 L’appartenenza di Darwin alla alta borghesia inglese, che aderiva alle idee di Malthus sul controllo della popolazione, condizionò molto anche il suo pensiero e l’elaborazione della teoria dell’evoluzione, che in ambito sociale veniva così vista come il dominio dei più forti, giustificando così le pratiche coloniali (di cui Darwin fu testimone), la sopraffazione da parte dei colonizzatori e finanche stermini e genocidi.

11 Dall’altro lato in Germania si delineava invece, con Hackel, una vera e propria religione naturalistica, che prendeva il nome di “ecologia”, che si presentava come una religione panteistica (pan=tutto; panteistico è dunque vedere la divinità dentro ogni cosa) che vedeva la divinità non più come qualcosa di esterno al creato e sua causa, ma come il creato stesso. L’uomo dunque come parte della natura e come parte anche della divinità. L’ecologia, dunque, come uno “studio anatomico” della divinità, ben rappresentato dalla raffigurazione ad albero introdotta da questo autore, dove per la prima volta le specie venivano tutte ricollegate tra loro in base ad ascendenze, discendenze e parentele, supponendo così una forma di unità della vita (data dalla comune origine) e di un comune funzionamento (dato dalle leggi dell’evoluzione e della selezione naturale).

12 Questa teoria tuttavia si inseriva in un quadro in cui le differenze di razza furono considerate come un prodotto naturale dell’evoluzione, che letto nell’ottica del mito del progresso portò a ritenere che vi fosse anche un rapporto di discendenza diretta tra le razze, supponendo dunque che alcune fossero più sviluppate ed evolute di altre, dando dunque il via ad un “razzismo scientifico” secondo cui vi erano anche razze superiori ed inferiori. Una teoria che è andata a sbattere contro la storia durante il secondo conflitto mondiale e che dunque da quel momento è stata, almeno ufficialmente, completamente abbandonata (pur se non sempre del tutto elaborata).

13 L’alternativa al razzismo non è stata tuttavia quella di un riconoscimento paritario di tutti i popoli e di tutte le culture, ma si è andati invece in direzione di un modello “suprematista”, ovvero sull’imposizione di un modello culturale che si ritiene superiore e che dunque si vorrebbe imposto a tutti. Un modello che tuttavia sostituisce soltanto l’idea della superiorità di qualche razza con quella di una superiorità individuale, che caratterizza appunto particolari individui (o al più altri soggetti a loro geneticamente imparentati) che quindi si trovano ad occupare i posti di dominio. Un modello rappresentato dal liberalismo e da quegli stati che si definiscono democrazie liberali.

14 Il modello oggi dominante nelle democrazie liberali è dunque ispirato a ciò che possiamo definire “darwinismo sociale”, un modello introdotto inizialmente dal filosofo Herbert Spencer, ovvero una teoria evolutiva basata sul principio della selezione naturale anche nei rapporti umani. Una società ben rappresentata dall’economia, vista come un ambiente naturale dove operano soggetti in competizione tra loro e dove solo i più forti e i più adatti sopravvivono (un modello che ha poi condotto ad una società oligarchica in cui il dominio economico è quello di poche grandi famiglie, esorbitante rispetto a quello del 99%).

15 Oltre ad aver inaugurato il darwinismo sociale, anche attraverso il recupero delle teorie di Lamarck, Spencer, che non era uno scienziato ma un filosofo, introdusse infatti anche il termine “evoluzione”, introducendo così il concetto di selezione naturale non solo come meccanismo dell’evoluzione, per spiegare la sopravvivenza o l’estinzione delle specie, ma anche come criterio di giudizio per valutare ciò che è migliore o più adatto anche in campo etico, introducendo dunque un modello competitivo nelle relazioni sociali, basato sull’idea del vantaggio personale come criterio di scelta. Questo termine fu poi adottato poi anche da Darwin, che tuttavia prediligeva la parola “selezione”, ad indicare come alcune scelte vengono premiate ed altre penalizzate.

16 Il concetto di selezione, tuttavia, introduce anche un’altra importante distinzione: quella tra selezione “naturale” e selezione “artificiale”, che riconosce all’uomo il potere di influenzare i processi naturali e indirizzarli verso ciò che ritiene più vantaggioso.

Tuttavia, soprattutto se andiamo a ritroso nel tempo, il rischio è di confondere i piani e scambiarli, ritenendo naturale ciò che invece è artificiale oppure, all’inverso, di aver creato noi qualcosa che invece è solo un “prodotto dell’evoluzione”.

17 Il cane sembra l’emblema di questo processo di mistificazione in quanto è visto come un vero e proprio “prodotto culturale”. Con l’istituzione di un rapporto diretto tra la domesticazione e la nascita della specie cane, questo animale non viene più visto come appartenente ad una specie che potrebbe esistere in natura anche senza la presenza dell’uomo (e delle pratiche di selezione artificiale). La specie cane trova posto così, anche nei nostri dizionari, solo ed esclusivamente come una specie domestica, suddivisa in diverse razze (breed, in inglese dal verbo allevare) esclusivamente allevate dall’uomo.

18 Cosa la storia del cane può insegnarci? Circa 150 anni fa alcuni personaggi hanno cominciato a selezionare cani creando così le prime razze a partire dai cani che erano diffusi in quel periodo, dopodiché hanno cominciato a dire che solo i cani da loro selezionati erano dei veri cani e che dunque il cane nasce dalla selezione umana. Hanno poi sostenuto che senza selezione il cane non sarebbe esistito e che dunque senza selezione anche oggi non potrebbe esistere (essendo stato infatti soggetto, secondo la loro teoria, ad un presunto processo di “miglioramento” da parte umana, si ritiene quindi che senza la costante azione umana non potrebbe far altro che peggiorare). Si è inoltre sostenuto che prima del cane ci fosse solo il lupo e che è grazie all’uomo e alla sua selezione che oggi il cane esiste e continua ad esistere. Si è poi pensato che tutti quei cani che non sono di razza sono soltanto incroci e meticci, senza valutare che è proprio da quei cani che derivano anche i cani di razza e scambiando quindi ciò che vi era prima con ciò che è arrivato dopo, l’antecedente col derivato, il naturale con l’artificiale.

Oggi siamo arrivati a pensare che tutti i cani derivino da qualche razza. Fino al punto che anche nei vocabolari il cane è visto esclusivamente come un animale “domestico suddiviso in diverse razze”.

Ma cosa sono le razze? E soprattutto, possiamo oggi parlare di questa specie al di là e oltre la “cultura delle razze”?