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L’EUGENETICA COME “FRUTTO AVVELENATO” DEL DARWINISMO

TRA DARWINISMO SOCIALE, ECOLOGIA RADICALE, PREGIUDIZIO ETNOCENTRICO E RAZZISMO SCIENTIFICO.
UN’EREDITÀ CHE IMPREGNA PROFONDAMENTE ANCHE IL RAZZISMO ANIMALE

Sebbene la parola eugenetica abbia origini antiche, che possono essere fatte risalire addirittura alla Grecia di Platone, possiamo affermare che essa rimase nell’ombra – per non dire dimenticata nei meandri della storia – per oltre 2000 anni, per poi riemergere come una fiammata improvvisa, che tutto avvolge in un’istantanea deflagrazione.

Fu così che, dalla fine dell’Ottocento fino a culminare a metà del Novecento, l’eugenetica (ri)nacque e, nelle sue diverse varianti e sfumature, si impose come teoria dominante in tutto il mondo occidentale, dagli Stati Uniti all’Europa continentale, dalla Germania nazista fino al Commonwealth britannico, nei possedimenti coloniali e fino al Giappone, un mondo già dominato dall’imperialismo colonialista, dalle teorie sulle razze e sulla loro presunta maggiore o minore purezza. Un dibattito sulla superiorità di alcune razze o culture sulle altre che, nell’arco di poche decine di anni, condurrà alcune nazioni ad aderire a teorie pseudoscientifiche aberranti, suprematiste o razziste e a rendersi responsabil di immani tragedie, di stermini, di genocidi (riusciti o solo tentati) e fin anche, in buona parte, di uno dei conflitti militari più violenti e distruttivi che si ricordino nella storia: la Seconda Guerra Mondiale, una guerra in cui il razzismo di eredità del passato coloniale e quello delle nuove teorie eugenetiche confluirono ampiamente, fungendo dunque da combustibile, immesso continuamente per alimentare il motore del conflitto e dell’odio. Una guerra dunque dove il razzismo fungeva da cornice e dove, al grido della “superiorità della razza”, si procedette a sterminare non solo qualche milione di ebrei, per i quali si arrivò ad ipotizzare perfino una “soluzione finale”, ma anche milioni di nomadi di etnia rom, poi 30 milioni di russi, di etnia slava e per questo considerati anch’essi “untermensch”, sub-umani e persino 20 milioni di cinesi, in quella propaggine di Estremo Oriente, dove il contagio suprematista e razzista, che si diffuse fin nel Pese del Sol Levante, contribuì a giustificare l’invasione di un antico e pacifico Impero, quello cinese appunto, quel Celeste Impero che da millenni prosperava indisturbato. Un popolo rivolto verso se stesso, che da centinaia di anni conosceva anche la polvere da sparo, ma che prevalentemente aveva preferito impiegarla non tanto per fare guerra a popoli vicini, ma per riti religiosi, feste e fuochi d’artificio.

Proprio per questo la parola eugenetica, letteralmente miglioramento della razza (dal greco eu=bene, buono e genos=razza, stirpe), risulta oggi quasi bandita e potremmo dire “vietata”, oggetto di riprovazione e censura anche solo a pronunciarla in qualche discussione, quasi come si evocasse un mostro dagl’inferi, o che si toccasse un nervo scoperto, qualcosa di molto profondo, oscuro e non risolto, che impedisce addirittura anche solo di pronunciarla.

Più infatti che di un “superamento” di questo termine, ossia di un’analisi ed un’elaborazione dei significati e dei concetti a cui esso rimanda, potremmo forse parlare invece di una sua vera e propria “rimozione”: di una sua eliminazione e cancellazione dal vocabolario e dunque dall’uso corrente nel linguaggio e nei discorsi. Un vero e proprio processo di censura, potremmo quasi dire, o di autocensura, perché letteralmente in molti casi “ci si impedisce da soli” di farne uso, come per paura di incorrere nel giudizio o nelle sanzioni altrui. Un processo che, lungi dal favorire un dialogo e una discussione seria, serena e “scientifica” – su cosa questo fenomeno (che ebbe le caratteristiche di un fenomeno di massa) ha concretamente rappresentato, per comprendere come e da cosa è nato, o quali sono i suoi lasciti e la sua eredità sulla nostra attuale cultura – sembra portare invece ad un vero e proprio rifiuto anche solo di parlarne. O magari si accetta pure di parlarne, ma solo con la premessa e a patto di considerarlo qualcosa di chiuso e relegato al passato, uno “scherzo” della storia, un misunderstanding che più non ci riguarda. Come di qualche brutta e mortale malattia che abbiamo sconfitto e da cui ci sentiamo immuni, come del vaiolo o della poliomielite, ne parliamo quasi come che non ci riguardi, come avessimo fatto qualche sorta di vaccino. Un problema dei nostri nonni, forse, ma che noi non abbiamo realmente mai visto e conosciuto, col concreto rischio però di non essere poi neanche in grado di riconoscerlo o di riconoscerne i sintomi, le manifestazioni nel mondo reale, di definirle per quel che sono. In un periodo storico, quello attuale, in cui tendenze quanto meno suprematiste, quando non addirittura razziste, tornano indisturbate a fare capolino da quei meandri della storia e della coscienza, da quella fogna morale e intellettuale, in cui pensavamo, o meglio ci illudevamo, di averle per sempre relegate.

Peggio ancora accade se poi si accusa qualcuno di utilizzare pratiche eugenetiche verso altri individui, anche si tratti non di individui umani, ma di altri animali, magari quelli domestici come i cani. Si assiste in questi casi a delle vere e proprie dissonanze cognitive, dei veri e propri bias, arrivando addirittura ad ammettere nei fatti l’impiego di pratiche – che tanto nella loro definizione etimologica quanto nelle procedure messe in atto si definiscono come – eugenetiche, ma allo stesso tempo a negare che si possa effettivamente parlare di eugenetica, a negare, in altre parole, che sia questo il termine corretto da utilizzare (un po’ come voler affermare che mangiar pane, pasta e pizza non significa necessariamente anche assumere carboidrati).

Ciò è evidentissimo e chiaro osservando lo statuto e la storia di un ente come ENCI, l’ente nazionale dei cinofili italiani, “organo ufficiale” della cinofilia delle razze in Italia. Questo ente nacque infatti inizialmente nel 1882, grazie a un gruppo di “appassionati” allevatori (prevalentemente di cani da caccia provenienti dall’Inghilterra) come una “Società per il miglioramento delle razze canine in Italia” e nel 1897 ratificò il proprio statuto, ancor oggi in vigore, i cui scopi fondativi sono: “Il controllo, la diffusione e il miglioramento delle razze”.

L’eugenetica è dunque, senza ombra di dubbio, non un’attività tra le altre, ma l’attività istituzionale e principale di questo ente, di carattere zootecnico ed economico, nato a fine Ottocento, che si occupa di selezionare razze canine attraverso l’attività allevatoriale, ovvero promuovendone il “miglioramento” attraverso la selezione degli accoppiamenti: parole molto simili a quelle utilizzate per parlare delle razze umane da Francis Galton, padre dell’eugenetica che per primo utilizzò e diffuse questa parola a partire dal 1883, anno successivo dunque alla nascita di ENCI. Autore fin dal 1869 di libri come Hereditary Genius, Galton era infatti già da anni promotore di un “miglioramento” dei caratteri umani a partire dalle doti ereditarie. Egli supponeva infatti (erroneamente, come oggi sappiamo) che il ruolo sociale delle classi dominanti fosse dovuto non tanto all’ambiente di vita e alle opportunità da questo offerte, sicuramente diverse tra poveri o ricchi, ma lo attribuiva esclusivamente ad una loro superiorità genetica grazie alla quale, a suo modo di vedere, sarebbero arrivate a dominare sulle altre. E così Galton arrivò a dirittura a proporre di “registrare” queste famiglie, di farle sposare fra loro e fin anche a proporre di offrire incentivi affinché si riproducessero, convinto che in questo modo l’impoverimento genetico si sarebbe arrestato e che la “razza nazionale” non avrebbe potuto far altro che migliorare. Una sorta di pedigree umano, insomma, una forma di registrazione che sinistramente ricorda quelle che usiamo per gli animali di razza.

Idee esattamente identiche a quelle su cui ancora oggi si basa la moderna cinofilia delle razze; idee in base alle quali, inoltre, sono state create razze come ad esempio il pastore tedesco, una tra le prime ad essere riconosciute. Frutto dell’incrocio di diversi cani da pastore provenienti dalle diverse regioni della Germania, facendo accoppiare tra loro solo gli individui considerati più dotati nel loro lavoro, questa tipologia di cani fu infatti selezionata con l’idea di creare una razza “migliorata”, una “super-razza” che racchiudesse in sé tutte le doti migliori di questa specie.

Più che parole simili, dunque, sembrerebbe proprio che le teorie in base a cui sono selezionate le razze canine siano in realtà esattamente le stesse di quelle della prima eugenetica nata a fine Ottocento. Un’eugenetica basata sull’idea che accoppiare individui simili e tra loro imparentati avrebbe condotto ad un beneficio e ad un miglioramento. Una teoria che oggi sappiamo essere del tutto infondata ed anzi sappiamo anche che queste pratiche possono invece condurre ad un impoverimento genetico, causa poi di patologie ereditarie e di numerosi altri problemi di salute. Una questione questa di cui anche lo stesso Darwin era in parte consapevole. Era egli stesso infatti sposato con una propria cugina ed era questa un’abitudine particolarmente diffusa nell’Inghilterra vittoriana, dove i matrimoni combinati tra soggetti imparentati tra loro erano comuni tra le classi più agiate, anche per non disperdere le fortune familiari, mantenendole quindi concentrate tra un ristretto numero di famiglie. Darwin passò la sua intera vita a domandarsi se le numerose patologie cui non solo lui, ma anche alcuni dei suoi figli soffrivano, potessero avere anche un’origine ereditaria, non avendo tuttavia ai tempi modo di poterlo provare o verificare. Per questo, probabilmente, il suo sguardo su questi temi non appare sempre lucido: essendo infatti qualcosa che lo colpiva direttamente e personalmente (avendo perso anche due figli in giovanissima età, uno dei quali anche con gravi problemi di sviluppo cognitivo) il suo atteggiamento fu sempre ondivago, tra la paura di conferme di tare e difetti ereditari e la speranza in ricerche come quelle di Galton, che sembravano invece suggerire che fossero principalmente i caratteri positivi quelli che venivano trasmessi alle generazioni successive.

Una serie di questioni inoltre che sembrano identiche a quelle ancor oggi dibattute nel mondo degli allevatori e della cinofilia delle razze, dove miglioramento delle razze e patologie geneticamente trasmesse sono ancor oggi al centro di dibattiti e discussioni, dove siamo arrivati al punto estremo che, pur di far nascere individui di razza pura, siamo disposti ad ammettere che ciò andrebbe fatto soltanto dopo una serie di approfonditi test genetici, volti a scongiurare la possibilità di centinaia di malattie, trasmesse per via ereditaria ed emerse proprio con la selezione artificiale (malattie dunque che in molti casi erano in passato estremamente rare, o che addirittura neanche esistevano).

Eppure, affermare che ENCI si occupa di eugenetica, anche solo a proporlo quale spunto di riflessione, è in genere considerata una affermazione “inaccettabile”, ritenuta forse talmente grave e offensiva da non poter essere presa nemmeno in considerazione, tanto da essere addirittura censurata dagli organi di informazione, tacciando invece di “estremismo” chi ha soltanto osato utilizzare la parola “vietata”. (nota personale: ho già verificato in 3 diversi articoli che, pur accettandone i contenuti e procedendo alla pubblicazione su testate di carattere nazionale, la parte contenente la parola eugenetica è stata tagliata regolarmente sempre “tagliata”).

Ma come si è arrivati a questa situazione?

Come mai una semplice parola può arrivare a causare reazioni di chiusura così forti e, potremmo dire, perfino violente, tanto addirittura da squalificare dal rango di interlocutore, di solito con l’accusa di avere un atteggiamento “estremista”, chi soltanto osa pronunciarla?

Che cosa c’è nell’idea del “miglioramento delle razze” che fa sì che si accetti che esso venga ampiamente praticato, che addirittura ci sia un ente, l’ENCI, che nel proprio statuto dichiara apertamente di occuparsi di miglioramento delle razze quale attività istituzionale principale, ma che poi non possa essere chiamato col suo proprio nome?

Perché non si dichiara apertamente allora che l’eugenetica, ossia il “miglioramento delle razze attraverso la selezione dei riproduttori”, è cosa buona e giusta e ci si ostina invece a dire che, nel riferirsi all’attività portata avanti da enti come ENCI da quasi 150 anni, non si può parlare apertamente di eugenetica?

Sembrerebbe quasi vi sia una sorta di vergogna nell’usare questa parola, uno skandalon, una pietra di inciampo nel senso greco del termine, ossia oggetto di sdegno e di riprovazione, di turbamento morale e sociale. Perché in fondo, diciamolo chiaro, in questa “cultura delle razze”, in questo vero e proprio mito, come vedremo, noi tutti ci siamo nati e ancora oggi ci siamo profondamente immersi. Grazie anche a campagne martellanti, film e romanzi, cultura, pubblicità e tempo libero, concorsi, expo e mostre canine tutte le nostre società, e in special modo quelle occidentali, vivono ormai da almeno cent’anni immerse in un mondo dove, pensando al cane, immediatamente lo si associa alla razza, dove il conoscer le razze viene considerata come la prima forma di interesse verso questa specie e selezionare delle razze come un atto di “amore” verso il cane, dove ci viene quindi più naturale pensare che sia il meticcio frutto di un incrocio di razze, che non un cane di razza frutto dell’incrocio selettivo di molti cani meticci. Viviamo in un mondo, in altre parole, dove la parola stessa parola “cinofilia”, amore per i cani, viene definita in tutti i vocabolari come “interesse per l’allevamento e il miglioramento della loro razza” (così come nello statuto di ENCI) e dove anzi non abbiamo neanche una parola, negli stessi vocabolari, per indicare quei cani che non sono mai appartenuti ad una particolare razza, quasi come non fossero mai neanche esistiti. Tanto che anche la parola “cane”, ad esempio per Treccani, indica esclusivamente un “animale domestico” le cui caratteristiche sono “differenti a seconda delle varie razze”. I cani non di razza, poi, li chiamiamo in genere incroci, oppure meticci e bastardi, mutuando dei termini usati in passato per definire gli umani (tra l’altro termini chiaramente dispregiativi, nati per indicare differenze di nascita rispetto all’etnia/razza o alla classe sociale, termini che infatti sono stati “degradati” a descrivere soltanto questi animali e anzi oggi, differentemente che in epoche passate, consideriamo generalmente molto offensivo chiamare bastardo un figlio avuto fuori dal matrimonio, o incrocio e meticcio chi nasce da due persone di etnia diversa). Eppure sarebbero proprio i cani non di razza ciò che propriamente si dovrebbe definire cane, non certo il cane di razza, frutto di un processo di alterazione selettiva delle caratteristiche fisiche e comportamentali di questo antico animale.

Tendenzialmente il modo in cui si è sempre risolto la questione è stato quello di affermare, in modo semplicistico e banale, che non è stato il cane ma il progenitore lupo l’animale che in realtà avremmo addomesticato, passando così con un salto logico direttamente da un antico antenato di un’altra specie all’idea di cane moderno, già suddiviso in razze (o quanto meno in tipologie, già comunque suddivise e catalogate in base al presunto lavoro di selezione umana). Altre teorie come quella dello stesso Darwin o del suo erede tedesco Lorenz, probabilmente molto più affini alla realtà perché facevano riferimento per lo meno a qualche forma di cane selvatico come passaggio intermedio tra lupo e cane, un animale, magari, a sua volta già diviso in sottospecie diverse. Tali teorie furono però nel tempo scartate in quanto supponevano anche una ascendenza da altre specie, come lo sciacallo. Probabilmente per queste ragioni sono dunque state progressivamente abbandonate, in favore di una ascendenza diretta unicamente dal lupo. E tuttavia anziché supporre un insieme di cause diverse, tanto a livello ecologico che anche rispetto a caratteristiche proprie di questa particolare specie, si è sempre supposto che sia stato solo e soltanto l’essere umano la “causa ultima” (la causa finale, come avrebbe detto Platone) dell’esistenza di questa specie, motivando proprio con la domesticazione questa “trasmutazione” di un animale, il lupo, che alla fine del processo ne è diventato un altro, che abbiamo chiamato cane. Un processo dunque, quello della supposta domesticazione del lupo, che rappresenterebbe così un caso del tutto unico in tutta la storia dell’evoluzione del nostro pianeta. Il caso di una specie, la nostra, che ne ha presa un’altra e l’ha trasformata, creando così un animale del tutto nuovo, il cane, che prima non esisteva. Per comprendere come questo processo si è sviluppato è sufficiente osservare l’enorme influenza sulla cinofilia e in particolare sulla cinofilia delle razze, che hanno avuto gli studi di David Mech. Già noto per la sua “teoria del capobranco” (già da tempo da lui stesso ritrattata), Mech infatti non era uno studioso di cani, bensì uno dei maggiori esperti al mondo di lupi. Il fatto che ci si sia orientati su questa figura per cercare di comprendere i comportamenti più antichi del cane è l’immagine plastica di questo salto logico, che consiste nel saltare quello che molto probabilmente è stato un intero passaggio dell’evoluzione di questa specie. Si pensa in altre parole che se vogliamo capire come fosse il cane prima che l’essere umano cominciasse a selezionarlo non è al cane stesso che dobbiamo guardare, o a qualcuna delle sue molte varietà, ma direttamente al lupo, suo predecessore prima che arrivasse l’uomo a trasformarlo con la sua domesticazione. Si pensa così che il cane non sarebbe addirittura neanche esistito senza un intervento diretto dell’uomo attraverso la domesticazione e si suppone perciò che senza un continuo intervento di selezione il cane inesorabilmente si estinguerebbe o ritornerebbe all’antica forma di lupo. Questa teoria è oggi ampiamente superata – oltre che dalla realtà, che ha mostrato chiaramente, ad esempio in casi come quello dei dingo australiani o quello di Cernobyl, che i cani possono sopravvivere tranquillamente anche in assenza dell’essere umano, e perfino in una zona altamente radioattiva, senza per questo ritornare lupi o animali completamente selvatici, ma è superata – anche da studi come quelli dei coniugi Coppinger che fanno riferimento ad un processo di auto-domesticazione del cane, ossia di un avvicinamento spontaneo a noi, supponendo dunque una forma antica, definita “cane da villaggio”, precedente il moderno cane di razza selezionato, ma altresì ben distinta dal lupo sia fisicamente che a livello comportamentale.

E tuttavia è assolutamente ancora molto diffusa la teoria di una discendenza diretta attraverso la domesticazione e molti ancora anche i pregiudizi da questa veicolati. Una teoria alternativa non è ancora mai stata proposta in modo sistematico, né accettata in modo ufficiale dalla comunità scientifica e dunque, sebbene vi siano molti elementi di cambiamento, non si può dire che il passaggio sia compiuto, soprattutto a livello di opinione comune e cultura di massa. E pur se oggi abbiamo teorie alternative come quella dei Coppinger possiamo notare come tuttavia resti ancora solidamente diffusa l’idea di un ruolo centrale della nostra specie. Anche la teoria del cane di villaggio infatti vede la nascita del cane soltanto in funzione dell’avvicinamento agli umani e non possibilmente come data da un insieme più ampio di cause ecologiche e naturali, di cui l’essere umano rappresentava magari soltanto una piccola parte. Insomma il pregiudizio antropocentrico ancora oggi ci suggerisce un ruolo preponderante della nostra specie e dunque una diretta dipendenza da noi dei cani e della loro esistenza.

Soltanto da alcuni anni, non più di qualche decina come dicevamo, sono stati introdotti termini come appunto “village dog”, cane di villaggio, oppure cani aborigeni, o nativi, mutuando anche in questo caso dei termini coniati da discipline come l’antropologia e utilizzati per descrivere gli umani. Un po’ come se anche i cani, attraverso il processo di selezione delle razze, avessero subito anche un processo di “civilizzazione” analogo al nostro. E così come oggi nel pensare agli esseri umani tendiamo a rappresentarli e a identificarci soltanto col modello del cosiddetto “uomo civilizzato”, a ritenere questo il modello generale di essere umano cui fare riferimento, considerando in genere il modello nativo o aborigeno, quello che vive in un villaggio, come un modello primitivo e arretrato, passato e in via d’estinzione, così altrettanto sembriamo pensare dei cani, che oggi tutti tendono a considerare come discendenti di qualche cane di razza, dunque di razza anche loro, oppure nient’altro che qualche forma di incrocio meticcia e bastarda. Un terreno questo tuttavia che è molto scivoloso, un terreno dove selezione naturale e artificiale si mescolano e si confondono tra loro in un lontano passato, un passato non verificabile e dove a volte l’una prende il posto dell’altra, confondendo il naturale con l’artificiale, ingannando così la nostra percezione su cosa discende da cosa, ovvero su cosa c’era già prima e su cosa invece è stato “creato”, inventato dall’uomo. Pensiamo dunque che sia l’uomo e non l’evoluzione ad aver creato il cane, misteriosamente trasmutando qualche lupo raccattato da qualche parte, pensiamo poi di averlo direttamente creato di “razza” (o quanto meno di qualche particolare “tipologia”) e pensiamo che tutto discenda da questo. E cosi oggi, anche sui nostri vocabolari, non c’è più l’animale in quanto tale, ma c’è solo l’animale in quanto domestico, non il cane, ma il cane di razza. Tutto il resto è meticcio, bastardo, frutto di incroci.

Insomma esattamente quello che si pensava rispetto alle razze umane, solo che secondo le concezioni del tempo era stato dio stesso a creare le razze e non qualche misterioso e antico “allevatore”. Secondo altri, come ad esempio Ernst Hackel, tra i primi seguaci di Darwin in Germania, era stata l’evoluzione naturale stessa, dunque la Natura, a creare le razze, ma sempre le si riteneva come qualcosa di dato a priori, non come una creazione umana. Fu forse Lorenz il primo a parlare, sulla scorta delle idee di Darwin, della natura come di un “grande allevatore”, che seleziona soltanto i soggetti migliori. E tuttavia lo fece in un particolare periodo della sua vita in cui aveva anche aderito alle idee del nazional socialismo, facendo perfino la tessera del partito e dichiarandosi pienamente al suo servizio, utilizzando poi queste sue tesi per giustificare con arditi paragoni naturali le pratiche eugenetiche del Reich, rappresentando cosi il fuhrer come il grande allevatore e selezionatore della razza, che come quel grande allevatore che non è altro che la Natura stessa, deve anche lui operare una spietata selezione tra i suoi concittadini, per preservare la purezza della razza dalle degenerazioni della civiltà moderna.

Questo il mito, questo il pregiudizio. E scopo di questo lavoro sarà proprio smascherare questo mito e mostrare che esso non racchiude nient’altro che un grande pregiudizio: il pregiudizio eugenetico della “razza pura”.

È forse questa la difficoltà principale che dovremo affrontare. Perché ammettere di essere vissuti all’interno di un mito, una verità percepita completamente discordante dalla realtà, che dunque è percepita dissonante; perché ammettere di aver in completa buona fede elogiato, sostenuto e promosso non solo dei veri e propri pregiudizi, delle manipolazioni della verità o per lo meno dei gravi fraintendimenti, ma di aver anche abbracciato le idee aberranti da essi derivate, è forse più difficile che non ammettere di aver consapevolmente sostenuto il falso, specie per chi di queste idee si è fatto per anni portatore e garante, per chi le ha sostenute e difese per decenni di fronte a qualunque critica. In altre parole è molto più semplice ammettere di aver detto una bugia, piuttosto che di aver dato credito ad una sciocchezza e di esserne anche stati convinti, perché in un caso si passa semplicemente per bugiardi, nell’altro si passa invece per stupidi e idioti, o per lo meno per molto ingenui.

È questo il grave dilemma che l’eugenetica ci lascia in eredità. Bugie deliberate, o soltanto una disarmante credulità? Perché il razzismo e il suprematismo parvero per un momento come delle ipotesi sensate e molti le sostennero anche in totale buona fede.

È questo il lascito e il non detto che ereditiamo dalla parola eugenetica. Il lato oscuro del progresso. Un progresso che si è fondato sulla giustificazione di sfruttamento e sottomissione, sul privilegio di chi, dall’alto della sua posizione di dominio ed anzi proprio in base a questa, ha ritenuto giustificata anche una posizione di superiorità in ambito sociale e politico. Una superiorità che in fondo anche oggi siamo portati spesso a giustificare, perché ancora beneficiamo in parte degli esorbitanti privilegi e vantaggi che ereditiamo dalle epoche passate.

Una superiorità che diamo infine del tutto per scontata e sulla quale neanche ci poniamo problemi quando ci rivolgiamo a specie diverse dalla nostra, come ad esempio il cane. Ed infatti, pur se non vogliamo utilizzare la parola eugenetica per descrivere le nostre pratiche di selezione zootecnica di questa specie, continuiamo tuttavia ampiamente a giustificare l’utilizzo di queste stesse pratiche, considerando “la selezione, il miglioramento e la diffusione delle razze” come cose del tutto normali, anzi addirittura necessarie per il bene della specie.

Evoluto, migliore, superiore. È una consequenzialità apparentemente logica e strettamente insita nella parola eugenetica (e nei nostri processi mentali). Un rapporto intimo e pericoloso, da cui è facile scivolare nel giustificazionismo: nel dare per certo e stabilito che l’oppressione dell’altro sia giusta e opportuna, che sia necessaria, che addirittura serva più all’altro che non a noi stessi; che quando opprimiamo, costringiamo e sottomettiamo, lo facciamo in realtà perché questo è giusto e necessario, per il bene stesso di chi si trova e deve restare al suo posto di sottomesso. Perché, così si dice, se non fossimo noi a controllarlo e gestirlo diventerebbe un problema, per se stesso e per gli alti.

“Il fardello dell’allevatore”, potremmo forse dire parafrasando una più celebre definizione: “Il fardello dell’uomo bianco”. È forse questa la miglior definizione dell’infamia e della vergogna eugenetica. “Shame and scandal”, detto all’inglese, come forse sarebbe più giusto dire. E l’immagine che forse meglio rappresenta tutto ciò è proprio quella che è diventata un simbolo della nostra attuale civiltà. Una icona che abbiamo visto tutti rappresentata in ogni sua possibile variante, sempre diversa eppure sempre uguale a se stessa, fin da quando venne introdotta per la prima volta da uno dei più grandi sponsor di Darwin, che dedicò buona parte della sua vita, carriera e opera letteraria proprio alla divulgazione della teoria dell’evoluzione. Si tratta di Thomas Huxley, nonno del celebre Aldous, a sua volta autore del celebre romanzo distopico The Brave New World, che parla di una umanità eugeneticamente selezionata in cui dolore e sofferenze vengono aboliti, in una felicità irreale e chimicamente mediata. È infatti da far risalire ad Huxley nonno la prima versione della celeberrima immagine che rappresenta l’evoluzione dell’uomo come una serie di ominidi in fila che, a partire da una scimmia si trasformano gradualmente in un essere umano. L’immagine originale, apparsa come copertina del suo libro Man’s Place in Nature del 1863, rappresentava in realtà una serie di scheletri posti uno accanto all’altro, poiché era su questi che si basavano gli studi del tempo, essendo ancora la biologia agli inizi e la genetica qualcosa che veniva supposto solo come teoria, ma sarà a partire da questa immagine che poi prenderà il via tutta la successiva iconografia, che passò per Mark Twain e arrivò fino a Zallinger, che nel 1965 gli diede la sua forma attuale, che oggi vediamo rappresentata in mille modi diversi. E tuttavia è proprio questa immagine che forse rappresenta meglio anche i grandi pregiudizi su cui abbiamo fondato molte delle nostre teorie e spiegazioni della realtà. Pregiudizi ancora oggi ampiamente diffusi e, cosa ancor più pericolosa, assai poco riconosciuti. Ed anzi in molti casi ancora oggi pienamente condivisi e giustificati da ampie fasce di persone. Si tratta in particolar modo del pregiudizio antropocentrico, rappresentato dal fatto che l’uomo in questa immagine sembra posto come il gradino conclusivo e la coronazione del processo evolutivo. L’uomo di questa immagine, in altre parole, come fa notare anche Henry Gee nel suo libro La Specie Imprevista è visto come la coronazione ultima dell’intero processo evolutivo. Pare quindi che l’intera natura debba essere subordinata all’uomo ed anzi questo ne sarebbe addirittura lo scopo ultimo, la conclusione finale del processo, confermando dunque quel mito giudaico cristiano dell’uomo al centro dell’universo, creatura prediletta dalla divinità e superiore agli altri animali, proprietario e padrone di tutto il creato. Ma un altro aspetto che forse val la pena di considerare è quello dei pregiudizi maschilista e razzista, che hanno in tanti casi inquinato le nostre spiegazioni della realtà e che hanno portato quasi sempre poi a rappresentare questa immaginaria coronazione del processo anche rappresentandola nella forma di maschio bianco, all’apice di questa presunta piramide e segno riconoscibile del processo di miglioramento insito nell’evoluzione. Anche questa immagine, dunque, ci riporta a quel processo di ipotetico miglioramento, a quel pregiudizio, possiamo dire, per giustificare il quale la parola eugenetica nacque e venne introdotta.

Eugenetica dunque fu una parola che per un periodo di tempo fu molto in voga e, a guardarci meglio, essa impregna in modo profondo tutta la nostra cultura occidentale. Una parola che ha radici antiche e profonde, che mischia vecchi miti e pregiudizi religiosi con dati e scoperte scientifiche, sullo sfondo di un periodo storico – quello che va dall’Età Vittoriana fino al secondo Conflitto Mondiale – profondamente intriso del mito del progresso: il progresso dell’Impero in grado di conquistare il pianeta e di sottometterlo alla propria Chiesa e alla propria Corona, il progresso della rivoluzione industriale, che forniva mezzi ed armi atti a questo scopo. Un mito che, grazie anche ai miglioramenti scientifici e tecnologici, alle ricchezze accumulate con le conquiste coloniali permeava tutte le società europee e anglosassoni e, in particolar modo, le loro classi dominanti. E grazie al quale infine si giustificò anche una immensa opera di saccheggio e distruzione ai danni di popoli, culture e di interi continenti, con la scusa di civilizzarli e convertirli alla causa dei “migliori”. Un saccheggio che si è tentato, col Rech nazista, di portare fino a tutta la Russia sovietica, provando a metterla al pari di qualunque altro possedimento coloniale. Un saccheggio a cui questa potenza si oppose con quella che definì la Grande Guerra Patriottica che definitivamente pose fine (o almeno così è sembrato) non solo alle ambizioni territoriali della Germania nazista, ma anche al sogno di quella che si reputava una razza eletta, destinata a dominare sulle altre e sull’intero pianeta, portando ovunque sviluppo e progresso frutto della propria superiorità.

Ed è proprio la parola “progresso” quella che forse può aiutare a spiegare tante cose, perché essa caratterizzò (e in buona parte caratterizza ancora) una intera epoca storica, un’epoca che in ogni suo ambito fu trasformata alla base da quella che abbiamo definito rivoluzione scientifica, una rivoluzione in cui siamo tutt’oggi immersi e che ha completamente trasformato non soltanto il nostro modo di vita, ma anche la nostra cultura e l’idea che abbiamo di noi stessi, mostrandoci come esseri non più fermi in un mondo immobile ed immutabile, ma in continuo cambiamento e destinati a mete sconosciute, mete che tuttavia possiamo provare a progettare ed inventare, sempre in base a ciò che al momento ci appare, appunto, un progresso.

Ed è proprio da questo termine, progresso, applicato alle nascenti scienze biologiche ed evoluzionistiche, che nacque la moderna eugenetica, ossia la “scienza del miglioramento della razza” come base del progresso, fisico e morale, dell’intera società.

Forse un episodio storico può plasticamente rappresentare in un’immagine tutta la complessità del quadro culturale nel quale l’eugenetica nacque e si sviluppò poi successivamente.

Nel 1882 infatti, stesso anno in cui nasceva ENCI – o meglio quello che inizialmente fu chiamato Kennel Club Italiano, a ben rappresentare l’influenza della cultura anglosassone cui si ispiravano i suoi fondatori – un altro evento, ben più importante era accaduto. Un evento di risonanza globale di cui ogni giornale e rotocalco dell’epoca ha ampiamente parlato. Ci riferiamo alla morte di sir Charles Darwin e l’episodio su cui vorremmo brevemente soffermarci è la sua sepoltura presso l’abazia di Westminster, simbolo della storia, della religione e della cultura britanniche.

Ciò che è interessante, di questo episodio, è il come si è arrivati a prendere questa decisione. Il corpo di Darwin, infatti, pareva destinato a riposare nelle campagne dello Shropshire, accanto al fratello Erasmus e in quei luoghi dove lo scienziato si era ormai da molti anni letteralmente rifugiato, lontano dalla vita pubblica, piegato dai suoi dolori (all’epoca di natura sconosciuta e curati con acqua gelata, dieta stretta, un po’ di oppio e qualche bicchiere di brandy o di gin) e immerso nei suoi studi, che andavano dai più semplici microorganismi, i famosi cirripedi, fino agli animali domestici in possesso di commercianti e allevatori, preferendo spesso dialogare con questi ultimi piuttosto che con i “dotti scienziati”, in molti casi appartenenti ad una élite aristocratica e religiosa, più interessati a confermare le proprie posizioni di rendita, “culturale” oltre che finanziaria, che non ad indagare onestamente la realtà. Eppure era proprio a questa classe sociale che Darwin apparteneva, ovvero quella dei ricchi possidenti che traevano i propri guadagni da rendite terriere e finanziarie, che grazie anche ai loro ingenti patrimoni di famiglia potevano permettersi una vita “filantropica”, dedicata agli studi e alle ricerche, finanziando a proprie spese il proprio lavoro e quello dei ricercatori sul campo, pagando viaggi, raccolte di reperti e materiali, costruendo musei, spesso coi soldi pubblici e riempiendoli poi delle proprie collezioni personali. Un’attività riservata ad una ristretta élite, dunque, spesso fatta da membri della classe ecclesiastica le cui figure dominanti erano “curati di campagna”, ovvero ricchi possidenti gestori dei beni della chiesa anglicana e incaricati di gestirne i ricchissimi possedimenti terrieri. Una classe che aveva le sue sedi d’onore nelle prestigiose università di Cambridge e Oxford e che rappresentava a tutti gli effetti il “potere stabilito”, saldamente in mano ad una classe aristocratica, che con lo strumento religioso giustificava la propria condizione di privilegio. Un ordine stabilito da dio, rivelato nelle sacre scritture e manifesto, oltreché nel potere temporale della chiesa anche nell’armonia del creato, segno concreto e visibile, simbolo dell’infinita potenza di dio, del suo continuo agire nel mondo attraverso i miracoli. La creazione della terra era un miracolo, lo erano tutte le specie vegetali e animali, create ad una ad una da dio personalmente a partire dalle “idee nella propria mente” (così come volevano le teorie platoniche allora ampiamente ancora accettate); miracoli erano anche i singoli soggetti, perché era un miracolo la vita ed era dio stesso, così si pensava, a compiere un miracolo ogni volta che un essere vivente prendeva vita. Insomma la volontà di dio era considerata il motore dell’universo, la cui continua esistenza non era altro che il segno del suo eterno agire, del suo continuo operare miracoli. E compito della scienza, dunque, non era considerato quello di conoscere e indagare le leggi indipendenti dell’universo, da cui poi ha avuto origine anche la vita, ma all’opposto quello di dimostrare che tutto questo non sarebbe assolutamente mai possibile senza il continuo intervento divino. Persino i fossili, cui la scienza del periodo cominciava ad interessarsi, erano in genere considerati segni della potenza divina. Ed infatti la scoperta di tutte queste specie, che a tutti gli effetti parevano estinte, sembrava per molti la perfetta dimostrazione di quanto riportato nelle sacre scritture. Cosa infatti poteva mai aver causato delle grandi estinzioni di massa se non proprio quel diluvio, quel cataclisma universale di cui si parla nella bibbia? Ed è forse questo uno degli aspetti meno conosciuti della incredibile vita di Darwin, ovvero il suo fondamentale contributo anche alla geologia, lo studio della storia del nostro pianeta, un’altra scienza che in quel periodo cominciava a prender forma. Fu infatti proprio grazie alle osservazioni di Darwin che, anche in questo campo, si superarono molti pregiudizi di carattere principalmente religioso. Vi era infatti l’idea che la storia del nostro pianeta fosse relativamente breve, qualche migliaio o al più qualche decina di migliaia di anni. Secondo il racconto biblico questa infatti era l’età stimata della terra, che si supponeva fosse stata creata da dio, così come descritto nella genesi, in un momento ben preciso. Si supponeva inoltre che fosse stato un grande cataclisma, quel diluvio universale raccontato nel testo sacro, che avesse causato l’estinzione di tutti gli animali che venivano trovati in forma fossile, in parte simili ma diversi da quelli attuali. Fu proprio grazie alle osservazioni geologiche e ai ritrovamenti di Darwin, durante la sua spedizione attorno al mondo, che vennero raccolti dati a sufficienza per dimostrare un lento e progressivo cambiamento, fatto sì di cataclismi come eruzioni vulcaniche o terremoti, ma che provocano cambiamenti graduali, non completi sconvolgimenti. Fu Darwin tra i primi a supporre che così come le montagne sono create da un progressivo innalzamento della crosta terrestre, così le isole coralline sono invece il frutto di un graduale abbassamento in altre zone, una teoria poi confermata e alla base della attuale teoria della tettonica a placche. Ma queste sue osservazioni furono rivoluzionarie anche per un altro aspetto, che sarà poi quello che successivamente contribuirà a mettere in ombra questo suo altro importante contributo. Supporre infatti che il processo evolutivo fosse stato lento e graduale e non rapido e improvviso consentiva di dare credibilità anche alla teoria dell’evoluzione, basata proprio sull’idea di un lentissimo, graduale processo di cambiamento delle specie, un cambiamento che proprio a causa di questa sua lentezza appare assolutamente impercettibile, dando l’idea di una loro immobilità e immutabilità eterne. Quella infatti della brevità della storia della terra era una delle obiezioni maggiori ad una teoria dell’evoluzione. Considerando infatti che nei testi biblici non erano stati descritti non si supponeva possibile che le specie animali potessero aver subito cambiamenti o trasformazioni fin da quando erano state create con la genesi, né tali cambiamenti erano mai stati osservati in passato, neanche nelle epoche più antiche. Venivano dunque reputati impossibili anche perché non direttamente osservabili.

Questa la scienza fino al XVIII Secolo. Un continuo riferirsi a dio e alle scritture per dimostrare la loro verità. Ogni cosa era rapportata a dio e alla sua potenza e più si studiava la natura fin nei suoi più piccoli dettagli, o almeno così pareva di vedere, più si aveva la dimostrazione dell’infinita potenza divina, dei continui ed infiniti miracoli per consegnarci un mondo perfetto e ordinato, perfetto anche in ogni suo più piccolo dettaglio, come il disegno sulla piuma di un pavone, manifestazione anche questa della sua infinita potenza e perfezione, dimostrazione dunque soltanto del suo amore per l’uomo, ossia per quell’essere per cui tutto ciò, si pensava, fosse stato creato.

E tuttavia Darwin, dal lato di suo nonno Erasmus, portava con sé anche influenze diverse. Erasmus Darwin era infatti un “medico” e apparteneva ad una classe che non aveva ascendenze nobiliari, ma che si era da poco arricchita sulla scorta del recente credito che cominciavano a ricevere diverse teorie scientifiche di stampo razionalistico. Era stato infatti, quello tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, un periodo di grandi sconvolgimenti, letteralmente di rivoluzione, tanto dal punto di vista sociale con la decapitazione in Francia dell’intera classe nobiliare e con i fatti che condussero fino alla Comune di Parigi, quanto da quello scientifico grazie soprattutto all’opera di scienziati come Lamarck, padre con i suoi studi sui vermi della moderna biologia. Ma padre anche di un concetto nuovo che ben si sposava con quegli stessi valori sociali di cambiamento.

Trasmutazione. Questo il termine scelto da Lamarck per definire la sua idea. Perché Lamarck fu infatti anche il primo a sostenere che le specie animali non sono qualcosa di fisso e immutabile, creato da dio e dunque per sempre definito “nell’idea della sua mente”. Le specie cambiano, o meglio trasmutano e, cosa ancora più importante, lo fanno attraverso una “forza interiore” e non certo attraverso qualche miracolo. Le specie, in altre parole, tendono al cambiamento e non è necessario postulare alcun intervento divino per spiegare questo cambiamento. Non sono dunque le sacre scritture i testi da studiare per comprendere il mondo della vita, ma è il grande libro della natura ed è la biologia, lo studio delle parti più piccole della vita, il corretto strumento da impiegare. Un pensiero a quel tempo eretico agli occhi di tanti.

Ed infatti queste teorie spopolavano in Francia. Quali tesi infatti potevano meglio sposarsi con un clima di grande cambiamento sociale, un clima in cui un intero Paese stava letteralmente trasmutando, si stava trasformando da monarchia a repubblica; dove una nuova classe sociale, quella borghese, era impegnata a scalzare la vecchia aristocrazia religiosa da ogni ambito della sfera pubblica. Questa nuova classe dominante necessitava dunque anche di trovare spiegazioni e ragioni, per giustificare la propria ascesa sociale e l’occupazione dei posti di potere, per giustificare il cambiamento e il fatto che ciò fosse normale e naturale. Che la rivoluzione in altri termini, non fosse un disastro, ma un progresso, una normale evoluzione verso ciò che è migliore. Erano insomma le basi da cui poi sarebbero sorti il socialismo e il marxismo, ovvero le grandi teorie del cambiamento, del miglioramento e del progresso sociale.

Si comprende bene dunque perché è dalla Francia che arrivarono i primi spunti per una vera teoria dell’evoluzione. E si capisce altrettanto bene perché in Inghilterra, monarchica e vittoriana, si ebbero delle vere e proprie svolte repressive verso i seguaci di queste teorie, considerati atei e miscredenti, portatori di caos sociale e nemici dell’ordine costituito. Stesso destino toccò in parte anche ad Erasmus Darwin che, sul finir della sua vita, era divenuto un personaggio scomodo, soprattutto a causa di un suo vecchio scritto dal titolo Zoonomia, in cui dava credito a queste idee, che dunque, se anche restavano oggetto di colloqui privati e familiari, assolutamente mai dovevano essere nominate in pubblico, con la scelta di Robert, figlio di Erasmus e padre di Charles, di aderire almeno formalmente ai valori religiosi dominanti, tanto che Charles stesso per tutta la vita aveva valutato come possibile alternativa quella di prendere i voti e diventare un funzionario ecclesiastico.

È in questo quadro storico che nacque e visse Darwin e dall’insieme di queste diverse contraddizioni si sviluppò e fu condizionato l’intero suo pensiero. Ed è dal quadro storico, sociale e culturale che Darwin lascerà in eredità alla sua morte che la parola eugenetica nascerà e prenderà corpo, soprattutto con la sua decisione di attendere oltre 20 anni prima di pubblicare la sua teoria dell’evoluzione, che ha deciso di mantenere segreta e discutere prima solo all’interno di una ristrettissima cerchia di persone fidate. L’interesse principale di Darwin, infatti, era che le sue teorie non venissero usate per giustificare idee ateistiche, rivoluzionarie o sovversive, che mettessero in discussione la classe sociale cui lui stesso apparteneva, ai cui valori aderiva pienamente e dei cui enormi privilegi economici altrettanto pienamente godeva. Ed è dunque da questo quadro contraddittorio e condizionato da pesanti elementi personali e sociali che è necessario partire per provare a comprendere come sia potuta nascere e svilupparsi, proprio a partire da un cugino di Darwin, quella teoria che pretendeva dirsi scientifica, che venne denominata eugenetica.

La parola eugenetica che era rimasta, come dicevamo, nell’ombra per oltre due millenni, ma che ora poteva finalmente riemergere e riapparire. Ciò lo dobbiamo quindi a cause altrettanto profonde e altrettanto radicate, che non solo riguardavano aspetti culturali, ma avevano anche importanti risvolti politici e di legittimazione del potere, garantendo una stabilità delle Istituzioni, il rispetto delle gerarchie stabilite e quello della pace sociale.

Si fondava infatti l’Inghilterra di quell’epoca sul potere di una casta aristocratica di ricchi proprietari terrieri, che proprio sul potere religioso incarnato dallo stesso re basava la propria legittimazione, attribuendo alla volontà divina anche la divisione sociale in classi e, dunque, le enormi disparità sociali ed economiche tra i ricchi possidenti e le masse di poveri, affamate, oppresse e sfruttate, senza spesso godere di nessun diritto sociale.

E tuttavia ci si trovava anche in un periodo storico di grande cambiamento, dove le nuove classi commerciali ed imprenditoriali, arricchitesi attraverso i viaggi di conquista nei nuovi continenti appena scoperti, oppure attraverso la nascente industria di stampo “borghese” e fordista, cominciavano a fare enormi pressioni per un cambiamento. Era questa l’altra parte della famiglia di Darwin, legati da matrimoni incrociati e legami di sangue con la famiglia Wedgewood, ricchi imprenditori della nascente industria, di religione protestante, che vedevano nel fordismo e nell’organizzazione delle fabbriche la spinta maggiore verso il progresso e la prosperità, ma che vedevano anche nelle leggi malthusiane sul controllo della popolazione delle leggi naturali, che legittimavano disparità e povertà guardando a carestie e mortalità come qualcosa di giusto e di normale. Un progresso e una prosperità che dunque non potevano essere equamente distribuiti, perché frutto di una feroce lotta sociale dove le ricchezze disponibili non erano sufficienti per tutti e di cui dunque solo i più forti e i migliori potevano alla fine beneficiare, continuando dunque a giustificare oppressione, sfruttamento e povertà. Un atteggiamento manifesto nella feroce opposizione anche alle cosiddette poor-law, le prime a sostegno delle fasce di popolazione più povere, sostenendo che questo avrebbe solo condotto ad una loro riproduzione incontrollata e dunque ad un peggioramento del problema, favorendo invece ampie migrazioni nei nuovi continenti, implementando così il processo di conquista coloniale e di arricchimento dell’Impero.

E talvolta erano proprio queste le origini di tali nuove élite borghesi che ora, forti anche di grandi capitali e fortune recentemente accumulate, non soltanto rappresentavano una classe di nuovi ricchi, arrivati al successo non grazie a rendite di possedimenti terrieri, ma attraverso la nascente industria, la finanza, i viaggi commerciali e di conquista, ma esse cominciavano a rappresentare anche una nuova élite scientifica e finanziaria, una élite che aveva fatto di Londra la sua sede e che rivendicava ora il proprio posto nelle grandi università e nelle riviste di divulgazione scientifica. Delle rivendicazioni che trovavano il loro sostegno, grazie anche a figure come lo stesso Darwin.

Ed è proprio in questo quadro che avvenne la sepoltura di Darwin presso l’abbazia di Westminster. Ciò che è interessante notare è non soltanto come essa rappresenti la definitiva consacrazione del personaggio Darwin, della sua influenza su una intera generazione, sull’intera cultura anglosassone e planetaria, tanto da porlo accanto ad altri personaggi quali sir Isaac Newton, scopritore delle leggi fondamentali dell’universo, simbolo e vanto della corona inglese e del suo potere sul mondo, ma è anche il riconoscimento intrinseco del suo immenso lavoro affinché le sue idee servissero da legittimazione di questo potere, tenendole al riparo dalle spinte rivoluzionarie, che le avrebbero potute utilizzare a favore di un cambiamento e di un diverso ordine sociale.

Ma la cosa forse più interessante, ai fini del nostro discorso, è che a proporre e caldeggiare il collocamento della salma di Darwin presso la cattedrale londinese fu un personaggio molto particolare, cugino per parte di nonno Erasmus dello stesso Darwin, il cui nome è, per caso ma neanche poi tanto, proprio Francis Galton. Un personaggio stimato, oltre che un cugino, ammirato dal nostro soprattutto per i suoi studi in ambito sociale e sull’ereditarietà di predisposizioni e talenti, che nel suo Hereditary Genius, pubblicato nel 1869, aveva supposto, proprio osservando l’aristocrazia inglese, che i grandi talenti fossero tutti figli di una ristretta cerchia di persone, tutte guarda caso imparentate tra loro.

Sarà proprio lo stesso Galton un anno dopo la morte del cugino, nel 1883, a introdurre (o a reintrodurre) per la prima volta la parola eugenetica, ovvero miglioramento della razza. Questo è il quadro storico per come si presentava al giorno in cui Darwin morì – l’anno in cui in Italia veniva fondato ENCI, o meglio quello che inizialmente fu denominato Kennel Club Italiano, secondo ente di questo genere al mondo, nato sul modello del primo in assoluto che fu invece il Kennel Club Inglese.

E tuttavia questo quadro non è del tutto comprensibile se non si capisce bene quale è stato il ruolo di Darwin stesso, nei precedenti circa quarant’anni, prima nel nascondere la propria teoria e le proprie idee, facendo sì che esse venissero diffuse soltanto quando il quadro politico internazionale risultava più stabile e le ondate rivoluzionarie provenienti dalla Francia erano state già represse e sedate; poi, in un secondo memento, nell’impegnarsi che queste idee venissero diffuse soltanto da quelle che lui reputava persone di fiducia, che lui stesso aveva formato e contribuito nel tempo a far arrivare a posti importanti, tanto nelle istituzioni scientifiche che in riviste e organi di informazione. Insomma una rivoluzione volta a scalzare una vecchia élite non più in grado di adeguarsi ai progressi scientifici, ma senza che questo potesse essere preso a pretesto per richiedere anche importanti cambiamenti sociali, o una maggiore redistribuzione delle ricchezze a favore dei ceti più poveri. Quando dunque arrivò nel 1859 a pubblicare il suo libro sull’origine delle specie Darwin non solo aveva già da molti anni elaborato le sue idee, ma si era assicurato attorno anche un “cordone sanitario” di personaggi noti, affermati e stimati, che da un lato lo difendevano dalle critiche provenienti dagli ambienti ecclesiastici, ma che dall’altro non erano personaggi dalle idee troppo rivoluzionarie, che assieme con la religione mettevano in discussione anche tutte le istituzioni sociali. Dei personaggi, insomma, che erano più impegnati in una personale ascesa sociale che non a cambiare realmente la società, con lo scopo di arrivare ad occupare cattedre e incarichi importanti, di avere possibilità di vivere di ricerca, pur non appartenendo alla classe aristocratica e non disponendo dunque di ingenti patrimoni personali.

I primi personaggi che, già nella prima metà dell’Ottocento, avevano aderito alle prime teorie evoluzionistiche erano stati infatti prevalentemente atei o socialisti, influenzati dal pensiero di Lamarck e dalle idee della Rivoluzione francese, personaggi che Darwin stesso contribuì marginalizzare, nonostante tra essi vi fosse anche uno dei suoi primi insegnanti. Più che una rivoluzione, dunque, fu un “colpo di palazzo”, come ebbe lui stesso a dire, una rivoluzione tutta interna ad una classe sociale ristretta, di chiara appartenenza anche politica, o quanto meno che non metteva in discussione l’ordine stabilito. Una classe che aveva trovato non nel socialismo, ma nelle idee di Malthus e di Spencer la conferma delle nuove teorie evoluzionistiche. Una evoluzione dunque che, in questa particolare ottica, si manifesta anche all’interno della società, in una lotta continua per il possesso delle risorse, con una ripartizione ineguale che dunque veniva così giustificata ed anzi ritenuta inevitabile. Darwin dunque non riteneva che il progresso avvenisse nel senso di una più equa ripartizione delle risorse, ma esso era visto più come una lotta per la sopravvivenza e per la propria riproduzione, dove i più forti vincono e dunque progrediscono, mentre gli altri sono destinati a soccombere; una lotta perfettamente incarnata da quella dell’Impero britannico, quell’impero cristiano che era impegnato a conquistare e civilizzare l’intero pianeta. Egli riconosceva dunque anche il diritto dei popoli più forti di sottomettere e finanche sterminare quelli più deboli, pensando che fosse del tutto normale, in un’ottica di progresso, che quelle civiltà che si stavano dimostrando più forti si ponessero in diretta competizione con le altre, una competizione dunque anche questa considerata come del tutto naturale. E se all’apice allora dello sviluppo culturale era considerato l’impero britannico con la sua religione cristiana, era giusto allora che questa venisse imposta anche a tutto il resto del pianeta, al fine di civilizzarlo e di portarlo ad un livello superiore.

Significativo, ad esempio, anche il fatto che, nonostante fin da giovane Darwin avesse messo totalmente in dubbio tutte le teorie religiose di spiegazione del mondo della vita, mettendo così in discussione anche la verità delle sacre scritture, abbia tuttavia sempre rifiutato di definirsi ateo, preferendo invece dirsi agnostico.

Interessante notare che la parola “agnostico” è un neologismo che fu introdotto proprio in quel periodo e proprio da Thomas Huxley. Il prendere a prestito termini coniati o impiegati da persone a sé vicine, inoltre, non è nuovo per Darwin ed anzi ciò riguarda anche quella che è indiscutibilmente la parola più importante nella sua teoria, almeno per come poi essa è stata trasmessa, divulgata e per come ancora oggi essa viene compresa e spiegata. La stessa parola “evoluzione”, infatti, non era inizialmente stata impiegata da Darwin nel proprio lavoro, preferendole invece termini come “selezione” (naturale o artificiale), o “discendenza con modificazioni”. Essa fu impiegata, e senza alcun particolare entusiasmo, solo un’unica volta ne L’Origine delle Specie, mentre il suo uso successivo deriva proprio dal filosofo Spencer, al quale si deve anche l’espressione sopravvivenza dei “più adatti”, al posto dei “più forti”, o dei “migliori”, in una concezione filosofica ed etica in cui le idee evoluzioniste venivano chiamate a regolare anche i rapporti fra le diverse classi sociali all’interno della società.

E tuttavia questo ci fa capire ancora meglio quali fossero le idee di questo scienziato, fermamente convinto che convertire altri popoli alla religione cristiana e all’obbedienza alla corona inglese fosse un modo per portare il progresso a queste civiltà. Un progresso che avrebbero dovuto inevitabilmente accettare se non avessero voluto essere spazzate via dalla storia, estinte come una qualsiasi specie animale. E che questo avrebbe potuto portare anche a veri e propri genocidi di popoli nativi era una cosa che veniva percepita come del tutto naturale, pur nella sua crudeltà. E di questo Darwin era perfettamente consapevole ed anzi aveva visto di persona in Australia come i pochi superstiti di popolazioni aborigene erano dilaniati da malattie e alcol, finendo così per distruggersi da soli dopo aver perso tutte le loro terre, oltre che la propria cultura e le proprie tradizioni, in favore dei nuovi colonizzatori. E tuttavia aveva visto anche come altre popolazioni, ad esempio nelle Filippine, sembravano invece aver enormemente beneficiato, ad opera dei missionari cristiani, dell’introduzione di agricoltura o nuove tecniche di lavoro. Aveva inoltre accompagnato, durante il suo viaggio, anche tre nativi delle Isole del Fuoco, che erano stati catturati alcuni anni prima e condotti in Inghilterra, dove erano stati “civilizzati” e istruiti, nella speranza poi che introducessero la civiltà anche tra i loro compagni. E questi furono effettivamente rieducati e reimmessi, ma il risultato non fu quello sperato e, anziché civilizzare gli altri, finirono invece marginalizzati da questi, finché alla fine ritornarono alle vecchie abitudini. Ciò fece propendere Darwin per la non efficacia di questi esperimenti, prediligendo ad essi modelli più coercitivi, basati anche sull’uso della forza.

L’appartenenza alla religione cristiana, dunque, è sempre stato un punto dirimente per Darwin, che se anche arriverà a metterne in discussione le teorie e i testi sacri, sempre manterrà l’idea della possibile esistenza di una divinità, diversa e superiore rispetto alla natura e al cosmo, loro causa e spiegazione ultima.

Darwin inoltre non soltanto ha sempre rifiutato di definirsi ateo, ma è sempre stato completamente contrario anche che le sue teorie venissero usate per supportare l’ateismo e questo era ciò, ad esempio, che lo turbava molto di come esse fossero state recepite in Germania, ad opera di Ernst Hackel e di quello che questi definiva “Darwinismus”, una definizione che in qualche modo rimandava essa stessa ad una qualche forma di fede religiosa. Una fede che tuttavia sembrava più assomigliare ad un culto pagano che non alla fede nell’unico dio cristiano. Le idee evoluzionistiche darwiniane infatti erano state sviluppate da questo studioso tedesco fino al punto da arrivare a sostituire la natura allo stesso dio come entità creatrice della vita, arrivando perfino a postulare una vera e propria religione naturalistica, che era stata definita “ecologia”, una religione dove una divinità esterna al creato e sua causa, veniva così sostituita dalla natura stessa. Fu infatti Hackel a introdurre per la prima volta la parola ecologia, una parola che noi oggi associamo semplicemente allo studio della natura, ma che quando nacque venne concepita come una vera e propria “economia” della natura, ossia uno studio sistematico delle leggi e dei processi di questa entità di cui noi tutti siamo parte. Uno studio della natura, dunque, concepita quasi come uno “studio anatomico del divino”, uno studio “dall’interno” dei suoi meccanismi e del suo funzionamento.

Fu infatti Hackel a compiere un passo che, seppur semplice e scontato, Darwin non aveva mai osato compiere, perché metteva definitivamente in discussione la verità delle sacre scritture. Si trattava in realtà di null’altro che di una semplice rappresentazione grafica, nient’altro che una evidenza logica, se si supponeva un processo di evoluzione. E tuttavia era un po’ come scrivere nero su bianco quella che era un’obiezione alle sacre scritture, qualcosa che avrebbe potuto essere considerato anche eretico, negando in sostanza la loro verità. Supponendo infatti ascendenze e parentele tra tutte le specie animali, discendenti da progenitori comuni, il modo migliore per poterle rappresentare, nelle illustrazioni di libri e di manuali, non era più quello di posizionarle l’una accanto all’altra semplicemente suddivise per somiglianze e differenze, ma meglio era collegarle per parentele, tra loro e con quelle estinte, così che la rappresentazione assumeva la forma di un albero, con un antico tronco comune da cui si dipartono poi innumerevoli diramazioni, a rappresentare le specie oggi esistenti e quelle del passato: i progenitori e gli antenati comuni. E tuttavia il problema più grande di questo tipo di rappresentazione è che essa contraddiceva apertamente quanto affermato nella bibbia e, soprattutto, rappresentava anche l’uomo non più come creatura divina, separata dal resto e dall’anima immortale, ma come il discendente di una scimmia, dunque dalla natura bestiale e in nulla diverso da tutti gli altri animali.

Una religione panteistica dunque quella rappresentata dalla prima ecologia, una religione che non vedeva più la divinità come qualcosa di esterno alla natura e causa di questa, ma come qualcosa di interno alla natura stessa, vedendo poi nell’evoluzione e nella selezione naturale le sue leggi universali. Sopprimendo dunque questa distinzione tra un’entità creatrice e la natura come frutto della sua attività, una distinzione cara invece a Darwin, si apriva lo spazio per un vero e proprio “misticismo naturalista”, una vera e propria religione in cui l’uomo diventa parte della stessa divinità, divinizzando dunque in qualche modo anche il significato del proprio agire. Un divino tuttavia, che poi inevitabilmente, o almeno così possiamo dire a posteriori, porterà a considerare divino anche l’appartenere ad una razza superiore, incaricata di dominare il mondo. Una teoria che spaventava molto Darwin e che assolutamente non condivideva.

E tuttavia erano già chiare al tempo le spinte razziste, basate su antichi pregiudizi che però ora sembravano confermati dalla scienza. Dei segnali molto chiari che Darwin a suo modo rilevò e che già egli stesso cercò di contrastare. Nonostante al tempo non vi fossero infatti basi scientifiche né per confutare né per confermare una reale differenza degli uomini in base alla razza, Darwin era assolutamente convinto che le differenze riguardassero principalmente aspetti culturali. I suoi studi infatti lo avevano condotto a ritenere che non vi fossero differenze tra gli esseri umani tali da poter giustificare anche l’esistenza di razze diverse tra loro, più o meno sviluppate e progredite. Queste teorie si svilupperanno più che altro sul continente europeo e troveranno poi il loro apice, pochi decenni dopo, nella Germania nazista. E questa idea di ecologia radicale contribuì in modo centrale allo svilupparsi della teoria della superiorità della razza ariana e di quello che si definisce “razzismo scientifico”: ovvero l’idea di una gerarchia stabilita, tra le diverse razze, anche a livello evoluzionistico. In questa idea della natura come divinità, infatti, possiamo ritrovare molte delle idee tipiche del nazismo, che vedeva nelle razze umane un prodotto dell’evoluzione, con razze dunque più o meno evolute e sviluppate in diretta continuità con l’evoluzione naturale, e dunque catalogabili anche su una scala gerarchica, di cui poi la cosiddetta razza ariana venne considerata l’apice, il punto più alto, segno dunque anche di una superiorità biologica.

Darwin al contrario, è questo un aspetto assolutamente centrale, non condivideva in alcun modo l’idea che vi fossero differenze genetiche di razza tali da giustificare un vero e proprio razzismo. Possiamo dire che il suo fosse più che altro un suprematismo, ovvero un’idea di superiorità che era più che altro culturale e basata su presupposti etnocentrici e religiosi, dovuta dunque non ad una superiorità intrinseca di alcuni popoli sugli altri, ma ad una superiorità soprattutto culturale, dovuta a un processo di civilizzazione favorito anche dall’adesione alla religione cristiana, ai suoi costumi ed abitudini di vita. Un’idea che ben si sposava anche con le dottrine della religione protestante, una religione basata sul concetto di predestinazione e che ben può spiegare il ruolo di civilizzatore dell’umanità che sempre si è data, quel compito di portare la civiltà a tutto il resto del pianeta, o meglio di imporre agli altri il proprio dominio. Un’idea che infine si sposava anche con le teorie individualistiche di Malthus e di Spencer, che non vedevano in qualche razza particolare la ragione della superiorità di alcuni uomini sugli altri, ma in classi sociali e familiari, di comuni origini e ascendenze ereditarie, quelle classi destinate ad accumulare profitti e potere, a scapito dei poveri e dei ceti popolari.

E sebbene quindi Darwin non condividesse le idee razziste, non dobbiamo tuttavia assolutamente pensare che egli fosse al contrario un convinto “democratico” e “multiculturalista”, a favore del rispetto dei diritti sociali e delle altrui culture, del non essere sfruttati o della loro libertà di continuare ad esistere. Durante il suo viaggio Darwin aveva avuto modo di imbattersi in popolazioni native come quelle della Terra del Fuoco, che abitavano territori ostili e selvaggi, con stili di vita ed abitudini assolutamente inimmaginabili per un europeo del XIX Secolo, considerate disumane e simili a quelle degli animali. Aveva dunque avuto modo di osservare personalmente quanto fossero lontane dalla realtà le idee che circolavano in Europa, da cui poi nascevano racconti e narrazioni sullo stile del buon selvaggio di Rousseau, che dipingevano questi mondi come felici e in armonia, quando si trattava invece di tribù di selvaggi, dedite anche a praticare il cannibalismo. E Darwin, per giustificare il fatto che non riteneva assolutamente scandaloso supporre che l’uomo discenda dalle scimmie, arrivò perfino ad affermare che in fondo vi è meno differenza tra una scimmia e un abitante di una tribù primitiva, che tra questi e un cittadino europeo, che se dunque possiamo supporre che la civiltà europea discenda da popoli come quelli primitivi e che questi siano degli esseri umani come noi, supporre poi che questi derivino a loro volta da delle scimmie non è alla fine un salto più grande. Questo è ciò che Darwin pensava di questi popoli, poco più e poco diversi dalle scimmie. E sta forse tutto in questa affermazione anche il suo etnocentrico disprezzo.

È questo forse il punto di svolta che traccerà quella sottile linea di demarcazione che darà avvio a due percorsi parzialmente diversi. Percorsi che come in tanti casi hanno anche dei ben precisi riferimenti geografici, ma che poi molto spesso si mescolano anche in una storia comune. Una stessa storia, soltanto vista da angolazioni differenti, che è la storia di quello che chiamiamo mondo occidentale, suddiviso tra popoli continentali e paesi anglosassoni, Regni sulla terra e Imperi nei mari, o almeno così era nel XIX e nel XX Secolo. Una storia che forse possiamo in parte tracciare su quel sottile filo che distingue le parole razzismo e suprematismo, che se da una parte condurranno perfino a lotte fratricide, culminate nel sogno del Reich di imporre una razza eletta al di sopra di tutte le altre, dall’altro invece non porteranno al contrario a sostenere una sostanziale eguaglianza tra tutti gli uomini, ma una superiorità di un modello culturale sugli altri. Un modello tuttavia, quello cristiano e protestante, che si ritiene caratteristico soltanto di alcuni popoli, che hanno dunque alla fine lo stesso il diritto di sottometterne degli altri. Due modelli che dunque, sebbene da presupposti diversi, tendono tuttavia a giungere a conclusioni simili, giustificando le differenze di status e promuovendo conquiste e sopraffazione. E se nel caso tedesco questo portò a giustificare anche lo sterminio su base etnica e l’invasione dei popoli vicini, assimilando le idee sulle razze a quelle del nascente nazionalismo, sulla sponda britannica invece fu il dominio di alcune particolari classi sociali che si impose sulle altre, considerando la propria superiorità fondata sulle doti di individui o di famiglie particolari. Le differenze infatti non sono tanto da ricercare nella superiorità o meno di una particolare razza sulle altre, ma più che altro su particolari doti ereditarie e individuali, che consentono ad alcuni di eccellere e dunque di dominare sugli altri.

Son questi infondo anche i principi su cui poi si baserà il nuovo Impero americano con il suo mito individualista del self made man, che con la propria rivoluzione arrivò formalmente ad abolire la schiavitù, ma dove fino ad oggi permangono sostanziali differenze di classe, che si rispecchiano poi anche in distinzioni etniche e, alla fine, anche “razziali”.

E se da un lato è chiara l’influenza del pensiero britannico su quello tedesco, che attraverso Hackel e il cosiddetto “Dawinismus”, condurrà poi direttamente fino al nazismo, dall’altro sono anche importanti le influenze francesi sul pensiero britannico, con la differenza, forse favorita anche dalla separazione dal continente, che idee che parevano in origine rivoluzionarie e destinate a cambiare completamente l’intera società, che anzi in Francia si svilupparono all’interno di una fase di completo cambiamento furono invece, al di là dello Stretto della Manica, per così dire “sterilizzate”, usate dunque non per attaccare e provare a distruggere, ma per legittimare e fondare il potere stabilito. Un potere anzi, che ora poteva fondarsi anche su giustificazioni scientifiche, che in qualche modo sembravano legittimare il posto di dominio nel mondo dell’Impero britannico e della Corona inglese, un’Impero dotato di grandi personalità eccezionalmente dotate, che lo hanno condotto a dominare sul mondo.

Tornando dunque sulla sponda inglese il darwinismo sembra fondare, dopo la disfatta del regime nazista e gli orrori prodotti dalle sue idee razziste, quello che sarà il pensiero dominante in tutto il mondo occidentale, un mondo ben rappresentato dal modello della monarchia costituzionale inglese, con un monarca che è anche il capo religioso della chiesa, il cui potere e le cui spiegazioni del mondo non sono mai formalmente contraddette o messe in discussione, ma in cui poi vi è anche un parlamento e dei rappresentanti del mondo civile e borghese che esercitano un loro potere, contribuendo a mantenere inalterato lo stato delle cose, garantendo la pace sociale e gloria alla Corona inglese.

In questo contesto anche le idee del rivoluzionario Lamarck vennero poi riprese e rilette in una chiave nuova, una chiave anche in questo caso che non mettesse in alcun modo in discussione l’assetto istituzionale della società, ma che anzi ne fungesse da puntello, presentando lo stato delle cose come del tutto naturale. Come se in altre parole non fosse possibile alcuna alternativa. Ed infatti sebbene la teoria di Lamarck non si fosse rivelata corretta nello spiegare il processo di cambiamento ed evoluzione delle specie, essa sembrava invece perfetta per spiegare un altro processo di evoluzione, questa volta tipico della nostra specie, ovvero l’evoluzione culturale. Lamarck infatti non aveva in alcun modo compreso quale fosse il ruolo della riproduzione e dell’accoppiamento nel generare delle mutazioni genetiche. Egli dunque aveva supposto che vi fosse una particolare energia, una specie di tensione, di sforzo che gradualmente portava a dei piccoli cambiamenti, cambiamenti che poi venivano successivamente trasmessi ai discendenti dopo essersi già verificati. E così, ad esempio, supponeva che il collo delle giraffe si fosse progressivamente allungato proprio per lo sforzo di raggiungere i rami più alti, uno sforzo che nel tempo aveva prodotto piccoli e impercettibili allungamenti, poi trasmessi ai discendenti. Questa teoria fu completamente smentita da Darwin, pur confermandone alla fine l’assunto principale, ovvero quello del cambiamento. La teoria di Darwin infatti mostrava come non vi fosse in realtà nessuno sforzo che portasse animali come le giraffe ad allungare il proprio collo, ma che l’arrivare fino ai rami più alti non era altro che il risultato di una mutazione genetica, avvenuta per caso durante la riproduzione, che aveva fatto nascere alcuni individui con il collo più lungo degli altri. Potendo dunque sfruttare una fonte di cibo per altri inaccessibile questi individui ne avevano dunque un vantaggio anche in termini riproduttivi, potendo così diffondersi e sostituire gli altri. Il cambiamento dunque dipende da condizioni che sono date in partenza e non dipende in alcun modo dagli sforzi o dai desideri che si esprimono durante la vita. In altre parole se una particolare variazione genetica che rende più lungo il collo non si fosse manifestata casualmente, a seguito dell’accoppiamento di due particolari individui dotati di geni particolari, le giraffe avrebbero potuto sforzarsi per tutta l’eternità per raggiungere quei rami più alti, ma nulla sarebbe cambiato. Esattamente come nulla cambierebbe, se noi ci sforzassimo di farci crescere le ali, sul fatto che prima o poi queste comincino realmente a spuntare sulla nostra schiena.

E tuttavia la teoria di Lamarck, che prevede la trasmissione alla progenie anche delle mutazioni avvenute durante la vita di un individuo, si prestava bene a spiegare degli altri fenomeni di cambiamento e, in particolare, il cambiamento culturale. Sebbene infatti le doti fisiche non possono essere trasmesse completamente da un soggetto all’altro, dovendo sempre passare attraverso un processo di riproduzione che tenderà a replicarne solo alcune e mai in modo esattamente uguale, le cose stanno diversamente quando parliamo delle nostre conoscenze. Se infatti un individuo acquisisce durante la propria vita delle nuove conoscenze queste potranno essere integralmente trasmesse ai propri discendenti anche durante il corso della loro vita e non ci sarà bisogno di attendere che qualcun altro prima o poi nasca ed arrivi da solo alle medesime conclusioni. Se dunque il Darwinismo può essere utile per spiegare i lentissimi mutamenti genetici delle specie animali e dei loro corpi, il Lamarckismo invece può aiutare a spiegare l’incredibile rapidità con cui si diffondono le nuove conoscenze, una rapidità tale da aver prodotto cambiamenti incredibili nella nostra specie senza che questo comportasse alcun cambiamento fisico. Ed è quindi attraverso questo lamarckiano processo di trasmissione culturale che in poche migliaia di anni siamo passati da una condizione di nomadi cacciatori e raccoglitori ad una vita civile complessa e organizzata, semplicemente trasmettendo alle successive generazioni non solo un patrimonio genetico, ma anche uno culturale.

Sarà proprio dunque da questa fusione tra Darwinismo e Lamarckismo che nascerà quella corrente di pensiero genericamente definita darwinismo sociale, che fu inaugurata da autori come Herbert Spencer, esponente di quella particolare corrente filosofica che, nella più ampia cornice del pensiero cosiddetto positivista, prende il nome di utilitarismo e che poi ha ricevuto ampio credito in tutto il mondo anglo-americano. Tanto che possiamo dire che tutto il sistema liberale in cui viviamo non è in fondo null’altro che un sistema sociale di stampo darwiniano, organizzato su un principio di selezione in funzione della sopravvivenza dei soggetti più adatti, un sistema teso ad avvantaggiare questi soggetti, ma che allo stesso tempo rischia spesso di lasciare indietro i più deboli e i più fragili.

Ciò che infatti non si comprende in molti casi, proprio perché in questo modello siamo tutt’oggi completamente immersi e dunque lo consideriamo del tutto naturale, è come non soltanto il darwinismo abbia avuto impatto sulle teorie scientifiche di spiegazione del mondo della vita, ma anche come questo andava a ricomprendere in questo mondo anche l’essere umano, cambiando dunque anche il modo di leggerne le azioni e il ruolo nel mondo. Esso ha così completamente cambiato anche la percezione che abbiamo di noi stessi, da un lato riportandoci ad una realtà che ci mostra la nostra origine naturale e il nostro posto nell’ordine della vita, ma dall’altro anche come soggetti alle stesse leggi evolutive di questo mondo, e dunque anche ad un qualche tipo di selezione naturale: una selezione che non premia tutti, ma soltanto quegli individui che paiono più adatti e dunque, in un certo senso, migliori.

Ed è quindi la parola selezione quella che forse può aiutare meglio a comprendere questo radicale cambiamento. Questa parola infatti ci sembra oggi assolutamente normale, tanto nella sua variante più “allargata” di selezione naturale, che spiega il cambiamento e l’evoluzione delle specie animali e vegetali in base al principio della sopravvivenza dei più adatti, quanto in quella più “ristretta” di selezione artificiale, ovvero quel processo di modificazione selettiva operato dall’uomo su alcune particolari specie animali e vegetali durante il processo di domesticazione.

E il termine selezione, o meglio questa definizione, nelle sue varianti di naturale e artificiale, fu introdotta proprio da Darwin. Egli, come dicevamo, lo preferiva addirittura alla parola evoluzione, che un altro autore usava invece ampiamente ossia, come dicevamo, Herbert Spencer. L’idea di selezione, infatti, poneva un accento particolare sul problema, evidenziando non soltanto un semplice processo di cambiamento ed evoluzione, ma anche una cernita, una separazione una discriminazione, ovvero un taglio netto di tutto ciò che non si adatta o che non è necessario, in favore invece di chi si rivela più adatto e dunque migliore. Ciò che Darwin concepiva, dunque, è un processo che chiaramente favorisce chi è meglio in grado di sfruttare le contingenze e dunque di trarne guadagno e profitto.

È infondo su queste basi che si fonda il nostro attuale modello sociale, rappresentato dalle teorie liberaliste che nelle loro forme (più o meno estreme) ancora oggi dominano le società del cosiddetto occidente globale: quelle che si definiscono, appunto, democrazie liberali. Un modello darwiniano di sopravvivenza del più forte, un modello che è dunque percepito come naturale e che è ben rappresentato dall’economia, considerata come un vero e proprio “ambiente naturale”, campo di selezione tra chi vive e chi muore, tra chi è in grado e chi no di competere sul mercato, un ambiente dunque dove sono le imprese che portano profitti quelle che poi sopravvivono portando ricchezza, benessere e progresso, mentre le altre falliscono e si estinguono, come animali che finiscono prede di altri, o semplicemente muoiono perché non sono più in grado di reperire il necessario per il proprio sostentamento.

Ed è forse il termine meritocrazia quello che meglio rappresenta quello che è il nostro attuale, darwiniano, sistema sociale. Una società che premia il merito infatti non è altro che una società che vede il progresso sociale come il frutto delle capacità individuali, che devono dunque essere valorizzate in quanto portatrici di progresso. Una teoria altamente performativa, che pone gli individui in competizione tra loro, perché ciò che viene visto come buono e desiderabile non è tanto l’appartenenza ad una classe comune, con cui si condividono comuni ambizioni e aspirazioni, ma è la differenza individuale tra le persone, che se da una parte consente di valorizzare abilità e talenti individuali, dall’altra consente anche ad alcune classi sociali di primeggiare sulle altre, di acquisire dunque anche un maggiore potere e di legittimare poi anche una qualche forma di dominio.

È questo, a tutti gli effetti, il sistema dentro il quale oggi ci troviamo. Un sistema che come occidentali troviamo del tutto naturale e al quale troviamo difficoltà a proporre un’alternativa perché ci pare, o almeno così pensiamo, basato su leggi naturali.

Tuttavia molti anche sono gli equivoci che la parola selezione ha introdotto. Degli equivoci gravi e che porteranno a fraintendimenti gravissimi. Questi li vedremo in tutta la loro aberrazione nell’effetto che la parola selezione avrà sul pensiero tedesco, di cui Lorenz come si accennava rappresenterà una deriva particolare, ma li vedremo anche al di là della Manica e poi anche in tutti quei Paesi che hanno via via aderito a dei regimi più o meno liberali.

Il maggiore equivoco introdotto dalla parola selezione, quello che poi sarà maggiore causa di aberrazione, sta proprio nel fatto che inevitabilmente essa rimandava, a partire da ciò che veniva selezionato, a cosa o a chi dovesse essere l’autore di questa selezione. E se da una parte il dubbio, quello che discosterà il darwinismo di stampo anglosassone dal Darwinismus tedesco, era che fosse dio stesso come ente esterno a praticare questo tipo di scelta selettiva, oppure la natura vista come ente dotato di una volontà propria, privilegiando in ogni caso solo alcune classi sociali oppure delle intere razze, dall’altra si veniva anche a creare una certa confusione tra ciò che era opera della selezione naturale e ciò che invece era opera artificiale e esclusivamente umana.

La nostra specie così ne usciva con una nuova consapevolezza, la consapevolezza che attraverso una capacità del tutto propria, eravamo in grado di condizionare e indirizzare ciò che in principio era opera di dio o della natura. Stiamo parlando dunque della cosiddetta selezione artificiale, un processo della cui importanza Darwin fu probabilmente il primo a rendersi pienamente conto e che utilizzò ampiamente per dimostrare e puntellare le sue teorie. L’allevamento di animali domestici, infatti, è strettamente correlato col quadro generale delle teorie evoluzionistiche e l’osservazione di come l’uomo poteva interferire e condizionare i cambiamenti in questi animali sarà argomento centrale di una delle maggiori opere di questo scienziato, una delle più importanti assieme a quella sull’origine delle specie e quella sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, ossia il testo La Variazione degli Animali e delle Piante allo Stato Domestico, pubblicato nel 1868 e che contiene una delle prime ipotesi sui cambiamenti ereditari, una teoria che Darwin denominò pangenesi e che in maniera impressionante anticipava le moderne teorie genetiche, supponendo che ogni particella del corpo contenesse in sé tutte le informazioni dell’intero individuo, aprendo la strada a quella complessità che solo la scoperta del DNA, quasi un secolo dopo, avrebbe finalmente disvelato.

Ma le specie domestiche furono importanti anche per altre ragioni. Darwin infatti colse appieno come il lavoro di allevatori di cani o di uccelli potesse dare una fondamentale conferma alle proprie idee sull’evoluzione e sul cambiamento. Ed anzi riteneva che essi fossero infinitamente più competenti rispetto agli scienziati universitari sul come fosse possibile indurre particolari cambiamenti. Pur infatti non appartenendo alle classi colte e non interessandosi dunque a spiegazioni generali gli allevatori di animali domestici, come cani o piccioni, erano portatori di una sapienza pratica che era frutto di decenni di esperimenti ed osservazioni, ed avevano già da tempo ben compreso come le caratteristiche di ogni particolare esemplare fossero il frutto di un particolare accoppiamento, in cui i caratteri dei genitori venivano a mischiarsi e a ripetersi con precise regolarità, impiegate dunque per produrre caratteristiche uniche e nuove. In ciò dunque questi commercianti e allevatori, pur non rendendosene pienamente conto, si trovavano anni luce avanti rispetto ai dotti scienziati e potevano fornire materiale in abbondanza anche per dimostrare le teorie evoluzionistiche darwiniane. Se infatti era possibile operare delle modificazioni selettive su una particolare specie, tali da renderla completamente diversa da come era in origine, questa avrebbe potuto essere la prova migliore che esattamente allo stesso modo anche nel mondo naturale le specie possono cambiare, confermando così anche la teoria che, a partire da una specie precedente, una nuova avrebbe potuto nascere e svilupparsi.

Al di là dei suoi rapporti con molti allevatori e commercianti di animali domestici – molto spesso appartenenti, come si diceva, ad una classe sociale parecchio diversa da quella dei dotti studiosi dell’aristocrazia che popolava le università e i circoli culturali, dediti invece allo studio di fossili, o di costose specie esotiche importate da oltremare – Darwin stesso per un certo periodo fu allevatore e collezionista di piccioni, selezionando e acquistando le razze più esotiche e particolari, per poi ucciderne gli esemplari, bollirli in grandi pentoloni e studiarne così, fin nei più piccoli dettagli, le ossa, la conformazione, l’anatomia… Fu proprio grazie a questi studi che fu possibile dimostrare le enormi differenze prodotte dalla selezione artificiale umana, differenze talmente vistose da far supporre in certi casi che si trattasse effettivamente di differenze di specie, con tratti distintivi addirittura più marcati di animali che oggi sicuramente conosciamo come appartenenti a specie differenti, almeno per quanto concerne la conformazione dei loro scheletri, a quel tempo principale se non unico segno e misura della diversità tra gli esseri viventi.

È forse da qui che nasce l’idea che l’essere umano sia in grado di creare delle specie nuove a partire da altre, cosa che Darwin stesso riteneva assolutamente possibile e che solo gli studi biologici e poi genetici furono successivamente in grado di smentire, mostrando ad esempio in una specie come il cane, che differenze morfologiche anche estremamente significative, non sono necessariamente poi associate ad analoghe differenze genetiche corrispondenti, cosicché, a scapito della loro apparenza fisica, possiamo dire che un pastore tedesco ed un pechinese si assomigliano tra loro, da un punto di vista genetico, di più che un pastore tedesco ed un lupo, che invece son più simili da un punto di vista morfologico e scheletrico.

Lo studio dei processi viventi, infatti, era a quel tempo soltanto agli inizi e la stessa parola biologia era stata introdotta soltanto da pochi anni. Era stato Lamarck, con i suoi primi studi sui vermi a coniare questa definizione, mentre per ciò che riguarda lo studio di somiglianze e differenze tra le specie era principalmente ai dettagli anatomici che si faceva riferimento e, tra questi, gli scheletri erano quelli che consentivano il maggior numero di osservazioni e paragoni. E fu proprio dall’osservazione del mondo degli allevatori che Darwin trasse molte considerazioni che usò per dimostrare le sue teorie, mostrando come fosse perfettamente consapevole anche di numerosi aspetti che risultavano centrali nello spiegare la trasmissione dei caratteri genetici. Aveva infatti già perfettamente chiari il ruolo degli accoppiamenti tra consanguinei nella trasmissione di patologie, disabilità e deformità, così come di quale ruolo avessero queste pratiche nelle attività allevatoriali, mostrando da una parte come vi fosse già allora una piena consapevolezza della loro pericolosità, ma dall’altra mostrando anche come ancora oggi questo dibattito sia aperto e, tutt’altro che essere stato risolto, paia essersi addirittura aggravato, visto che ormai quello delle patologie geneticamente trasmesse è diventato un argomento centrale non solo delle pratiche allevatoriali, ma della intera medicina veterinaria che studia e cura tali patologie in continua evoluzione.

Centrale dunque fu lo studio degli animali domestici nell’elaborazione della teoria dell’evoluzione, contribuendo da un lato a fondarla su basi ancora più solide e facilmente verificabili, ma altresì favorendo un processo di intima compenetrazione tra due cose che in realtà sarebbero distinte, un processo favorito dall’impiego di una parola ambigua, selezione, che può portare ad equivoci e fraintendimenti, perché facilmente può essere attribuita in casi diversi o alla natura in generale, oppure direttamente all’uomo. E tuttavia, come dicevamo, è proprio questa stessa ambiguità, che può poi inquinare su diversi piani la nostra percezione di ciò che è naturale e di ciò che è artificiale, scambiando l’uno per l’altro, oppure non comprendendone la reale origine.

E tutta questa contraddizione la vediamo ancora oggi chiaramente nel nostro rapporto coi cani e nel considerarli come una nostra creazione. Non frutto di un processo di evoluzione e selezione naturale, ma come qualcosa di artificiale, una divergenza indotta dall’azione volontaria umana, in grado dunque di plasmare la realtà, di modificarla e renderla funzionale ai propri scopi, in un processo di selezione artificiale che però, proprio nel suo ricalcare e riprodurre un processo naturale, viene considerato come naturale anch’esso, come per una sorta di transizione diretta, come un passaggio per osmosi. Natura e artificio dunque si vanno a confondere in questo ambiguo concetto di selezione, regalandoci cosi la nostra contraddittoria idea del cane, che viene visto alla fine come qualcosa di assolutamente naturale proprio nella sua artificialità. Qualcosa la cui natura non è altro che l’artificio umano, una creazione artificiale frutto della natura umana. Il cane dunque, a tuti gli effetti, come una creazione culturale.

Tralasciando dunque tutti i ragionamenti in merito al razzismo o al suprematismo applicati alla nostra specie, che hanno poi condotto fino alla nostra attuale società, passando attraverso i disastri del razzismo scientifico, ma anche dalle oppressioni di un suprematismo strisciante che ha sempre caratterizzato le culture di stampo anglosassone, ciò che possiamo chiaramente osservare è il come queste stesse teorie siano poi passate in maniera quasi diretta anche a descrivere e definire gli altri animali (e quelli domestici in particolare), di cui i cani rappresentano soltanto un esempio molto specifico.

E se il razzismo scientifico è stato ormai superato, dalle ricerche scientifiche più moderne oltre che dalle sconfitte militari, pur se ormai sembra acclarato che in ambito umano non ha alcun senso parlare di razze come di qualcosa di geneticamente determinato, è invece interessante notare come questa “cultura delle razze” sia sopravvissuta ed anzi si sia invece enormemente sviluppata quando parliamo di altri animali. E se anche in paesi, come l’Inghilterra appunto, la stessa parola razza (race) appare come qualcosa di superato, sostituita dal termine “breed” (da verbo inglese allevare) ad indicare anche l’azione umana del “breeder” (ossia l’allevatore), permangono invece altri paesi come l’Italia dove il termine “razza” è ancora ampiamente impiegato, mostrando dunque su quali ascendenze questa cultura era stata creata letteralmente dal nulla.

La cultura delle razze infatti nacque e si sviluppò proprio nel periodo in cui l’eugenetica era all’apice del proprio successo e la “creazione” delle razze canine rappresentava forse anche una misura di questo successo. La creazione di razze infatti non solo prese un grande slancio in Inghilterra, dove nacque il primo Kennel Club in assoluto, dove anche venne valorizzato il lavoro di tutti quegli allevatori che già da alcuni decenni si dedicavano a selezionare cani (possiamo citare i setter e i bull dog, ma si possono citare anche altri casi come ad esempio i Jack Russell), ma essa prese slancio anche in Germania dove, seppur in un quadro parzialmente diverso, dominato come dicevamo da un razzismo di stampo scientifico, nuove razze vennero selezionate e diffuse.

E sarà all’interno di questo quadro razzista che lavorerà più tardi anche lo stesso Lorenz il quale, in alcuni suoi articoli del 1938, svilupperà dunque le proprie idee eugenetiche tutte volte al miglioramento della razza ariana, definendo il capo del Reich come un vero e proprio “allevatore della razza”. Molto interessanti tuttavia in questo contesto anche le sue osservazioni sugli uccelli domestici, che lui paragonava ai cittadini delle grandi città. La cosa molto interessante è che Lorenz aveva notato già negli anni Trenta che le popolazioni di animali domestici andavano spesso incontro a fenomeni di degenerazione fisica e comportamentale, fenomeni che lui attribuiva a una “mancanza di selezione”. Non avendo ancora nozioni di genetica e sui processi di duplicazione del DNA infatti ignorava, come oggi sappiamo, che queste problematiche dipendono in molti casi invece direttamente dalla selezione artificiale, ossia dal fatto che dunque non è una mancanza, ma forse un eccesso di selezione la causa dei problemi, ossia un impoverimento genetico causato dalla scelta di pochi riproduttori, che poi a sua volta è causa dall’aumento delle patologie di carattere ereditario. È necessario così secondo Lorenz, non solo una costante reintroduzione di soggetti selvatici, ma anche una spietata selezione di tutti quegli individui portatori di caratteri difettosi. Questo ci dà un’idea di quella che sarà l’eugenetica di stampo tedesco anche nella selezione dei cani, un’eugenetica volta a ricercare dei comportamenti e delle doti naturali da selezionare e successivamente addestrare, un recupero dunque e un isolamento di quelli che sono visti come caratteri originari, già presenti nella specie e soltanto da individuare e valorizzare attraverso la selezione delle razze. Un’eugenetica parzialmente differente da quella di stampo britannico, che invece si concentrerà di più sul creare delle “funzioni nuove”, ovvero dei comportamenti geneticamente selezionati e assolutamente tipici di razza, che in qualche modo distinguono questi cani da tutti gli altri. Ne sono esempi le molte razze da caccia che vennero in quel paese selezionate, come ad esempio i setter, dal tipico comportamento di punta, da cui anche il nome, capace di immobilizzarsi quando scova una preda, oppure i retriever, in grado di effettuare il riporto. Ma molte altre sono le razze selezionate, divise anche per il tipo caccia o di preda cui erano destinate. Non è dunque un caso se in Germania verranno sviluppate maggiormente razze cosiddette da utilità, da guerra e da difesa personale, mentre nei paesi britannici ci si dedicò di più a quelle per la caccia o i combattimenti. Nel primo caso si pensava di più a sviluppare particolari doti che si riteneva fossero insite nella natura dei cani e che dovessero essere soltanto valorizzate, nel secondo invece si considerano tali doti più come qualcosa di creato e indotto dall’uomo, qualcosa che dunque può diventare così del tutto artificiale. E se le razze più celebri in ambito tedesco furono pastori tedeschi, doberman o rottweiler, l’esempio più emblematico in ambito anglosassone sarà forse quella razza che diventerà poi un simbolo per questo paese, la prima in assoluto che venne riconosciuta ed ebbe un suo proprio club ufficiale fin dal 1875, sicuramente una di quelle razze che oggi possiamo dire che più si discostano da quello che in antichità fu l’animale che abbiamo addomesticato. Si tratta della razza bull dog, che negli ultimi 150 è stata completamente trasformata, al punto da variare in quasi qualunque suo dettaglio da quella che dovrebbe essere la forma tipica di un cane.

Siamo così giunti a poterci porre una questione importante, da cui poi molte altre potranno discendere.

Cosa è dunque oggi ciò che noi chiamiamo razza?

Alla luce della storia e delle scoperte scientifiche, cosa intendiamo dire oggi quando affermiamo che un particolare cane appartiene a questa o a quella razza?

E che cos’è poi un cane meticcio?

E dobbiamo distinguere oggi i cani soltanto tra cani di razza e cani incroci di qualche razza, oppure vi è ancora uno spazio per poter parlare semplicemente di cane?

In altre parole dobbiamo considerare quei cani di villaggio, quei cani aborigeni o nativi come qualcosa di passato, in via di estinzione se non già del tutto estinto, oppure restano ancora oggi solo loro quei “veri” cani di cui i cani di razza rappresentano soltanto un’alterazione selettiva e artificiale?

Cosa, in definitiva, dovremmo scrivere sui nostri vocabolari per definire il significato della parola cane?

Sembrerebbe solo una questione di dettaglio, ma proprio un dettaglio non è se in ogni nostro dizionario definiamo il cane non come una cosa in sé, ma come una cosa creata dall’uomo.

E se anche possiamo dire che le razze sono una creazione umana, possiamo in fondo dire che anche il cane lo è?

O forse dovremmo qualcosa di più a questa specie?

LA CULTURA (EUGENETICA) DELLE RAZZE – SCHEMA

1 Eugenetica e razzismo: un piano di lettura che può spiegare molti aspetti di un periodo che culminò con la seconda guerra mondiale, una guerra dove il conflitto era costantemente alimentato dalle idee della superiorità della razza.

2 Dopo le tragedie del conflitto e le aberrazioni degli stermini nazisti anche la parola eugenetica, che direttamente era legata ai progetti razzisti di questo regime, se intesa come miglioramento e superiorità della razza, è stata progressivamente abbandonata anche in tutti gli altri ambiti. Si può parlare tuttavia più di una “rimozione” che non di una reale analisi e di una elaborazione rispetto all’intero periodo storico appena passato.

3 Che si tratti di una vera e propria rimozione è ancora più evidente osservando le nostre pratiche in campo animale e, in particolare rispetto ai cani. Ed infatti, benché si rifiuti in ogni modo di utilizzare questa parola, l’eugenetica è nei fatti praticata ancora oggi nell’allevamento di questi animali, esattamente secondo gli stessi criteri di 150 anni fa: ovvero come “miglioramento delle razze attraverso la selezione dei riproduttori”.

4 Il termine eugenetica era nato inizialmente solo in riferimento all’essere umano (così come anche il termine razza). Tuttavia, anche a causa delle scarse conoscenze scientifiche del tempo molti furono i fraintendimenti. Ed anzi già Darwin stesso nutriva alcuni dubbi in merito alla possibilità di trasmissione anche di patologie ereditarie, così come Lorenz pochi decenni dopo ne sarà invece certo, pur non comprendendone appieno le reali cause.

5 La “cultura delle razze”: il passaggio dall’ambito umano a quello animale è evidente in ambito cinofilo ed è sufficiente osservare le definizioni correnti delle parole “cane” e “cinofilia” per comprendere come oggi il termine cane e il termine razza sono legati e apparentemente inscindibili, tanto che non esiste una parola che identifichi questo animale se non come animale “domestico” e soggetto a “selezione” umana.

6 La teoria della domesticazione del lupo è emblematica di come possono essere nati molti pregiudizi. Supponendo infatti che il cane sia soltanto il frutto dell’azione umana, rappresentata dal processo di domesticazione, si dipinge questa specie anche come totalmente dipendente dalla nostra, in quanto saremmo noi ad averla letteralmente creata. Una teoria dunque che considera l’esistenza stessa del cane come assolutamente vincolata al processo di domesticazione e all’allevamento da parte nostra. Anche teorie più recenti come quella dei “village dog” dei Coppinger, che si basano tuttavia sull’idea di uno spontaneo avvicinamento, restando quindi legate al presupposto, tutto invece da dimostrare, di un rapporto diretto tra l’esistenza della specie cane e l’attività umana (che invece, in rapporto alla nascita di questa specie, potrebbe essere stata anche quasi del tutto ininfluente).

7 Il razzismo e le teorie della superiorità della razza ci mostrano quindi quale è stata l’eredità lasciataci dalla parola eugenetica, un’eredità che potremmo definire come il “lato oscuro” della parola progresso, che se da una parte portò indiscutibili avanzamenti, dall’altra portò anche a giustificare le differenze, le disparità ed anche la posizione di dominio dei più forti. Infatti il mito della razza pura, nato da pregiudizi religiosi e da un vero e proprio culto della natura, come vedremo, è all’origine anche del razzismo scientifico, da cui poi derivarono le catastrofi che tutti conosciamo.

Ed è su questo stesso mito che si basa anche la “cultura delle razze”, una cultura che oggi vediamo puntualmente riproposta nella selezione dei cani con l’unica differenza che, rispetto a questi animali, non abbiamo alcuna difficoltà ad ammettere che le razze non sono nient’altro che un prodotto umano. Di questo anzi ci facciamo un vanto arrivando addirittura a pensare di aver creato non solo le razze, ma addirittura anche lo stesso cane.

Evoluto→Migliore→Superiore: potremmo individuare in questa consequenzialità apparentemente logica il pregiudizio su cui l’eugenetica si fonda, da cui poi discende la convinzione che ciò che è di razza è anche in qualche modo superiore a ciò che non lo è.

8 Per comprendere meglio il quadro è utile osservare come sia le idee razziste che quelle eugenetiche si svilupparono in un periodo storico (che in qualche modo dura fino ad oggi) completamente immerso nel mito del “progresso”, un mito che a partire dalle conquiste coloniali fino a quelle in campo tecnico e scientifico, ha completamente cambiato anche l’immagine che l’uomo ha di se stesso.

In questo quadro l’eugenetica non sembra altro che l’applicazione in campo biologico delle stesse idee di progresso e miglioramento che erano diffuse in ogni altro ambito.

9 E tuttavia la diffusione di questo mito del progresso avvenne in un contesto socio-politico ben preciso. Un contesto largamente permeato di pregiudizi religiosi rispetto la veridicità dei testi sacri e dove era convinzione diffusa che il ruolo della scienza non fosse altro che dimostrare l’assoluta verità di ciò che è scritto nella bibbia. Proprio per questo le prime teorie evoluzionistiche vennero inizialmente osteggiate dal potere religioso, che vedeva messe in discussione anche le basi del proprio dominio sociale. E se in Francia queste idee trovarono credito ed anzi nacquero contemporaneamente alla Rivoluzione, in Inghilterra invece vi fu una vera e propria repressione, con scomuniche ed anche arresti. In questo quadro il ruolo di Darwin fu di provare a “sterilizzare” le proprie teorie da un punto di vista sociale e politico, contribuendo anche a marginalizzare i personaggi più scomodi. Ed anzi cercò di renderle funzionali al potere stabilito e di cui egli stesso godeva i benefici.

10 L’appartenenza di Darwin alla alta borghesia inglese, che aderiva alle idee di Malthus sul controllo della popolazione, condizionò molto anche il suo pensiero e l’elaborazione della teoria dell’evoluzione, che in ambito sociale veniva così vista come il dominio dei più forti, giustificando così le pratiche coloniali (di cui Darwin fu testimone), la sopraffazione da parte dei colonizzatori e finanche stermini e genocidi.

11 Dall’altro lato in Germania si delineava invece, con Hackel, una vera e propria religione naturalistica, che prendeva il nome di “ecologia”, che si presentava come una religione panteistica (pan=tutto; panteistico è dunque vedere la divinità dentro ogni cosa) che vedeva la divinità non più come qualcosa di esterno al creato e sua causa, ma come il creato stesso. L’uomo dunque come parte della natura e come parte anche della divinità. L’ecologia, dunque, come uno “studio anatomico” della divinità, ben rappresentato dalla raffigurazione ad albero introdotta da questo autore, dove per la prima volta le specie venivano tutte ricollegate tra loro in base ad ascendenze, discendenze e parentele, supponendo così una forma di unità della vita (data dalla comune origine) e di un comune funzionamento (dato dalle leggi dell’evoluzione e della selezione naturale).

12 Questa teoria tuttavia si inseriva in un quadro in cui le differenze di razza furono considerate come un prodotto naturale dell’evoluzione, che letto nell’ottica del mito del progresso portò a ritenere che vi fosse anche un rapporto di discendenza diretta tra le razze, supponendo dunque che alcune fossero più sviluppate ed evolute di altre, dando dunque il via ad un “razzismo scientifico” secondo cui vi erano anche razze superiori ed inferiori. Una teoria che è andata a sbattere contro la storia durante il secondo conflitto mondiale e che dunque da quel momento è stata, almeno ufficialmente, completamente abbandonata (pur se non sempre del tutto elaborata).

13 L’alternativa al razzismo non è stata tuttavia quella di un riconoscimento paritario di tutti i popoli e di tutte le culture, ma si è andati invece in direzione di un modello “suprematista”, ovvero sull’imposizione di un modello culturale che si ritiene superiore e che dunque si vorrebbe imposto a tutti. Un modello che tuttavia sostituisce soltanto l’idea della superiorità di qualche razza con quella di una superiorità individuale, che caratterizza appunto particolari individui (o al più altri soggetti a loro geneticamente imparentati) che quindi si trovano ad occupare i posti di dominio. Un modello rappresentato dal liberalismo e da quegli stati che si definiscono democrazie liberali.

14 Il modello oggi dominante nelle democrazie liberali è dunque ispirato a ciò che possiamo definire “darwinismo sociale”, un modello introdotto inizialmente dal filosofo Herbert Spencer, ovvero una teoria evolutiva basata sul principio della selezione naturale anche nei rapporti umani. Una società ben rappresentata dall’economia, vista come un ambiente naturale dove operano soggetti in competizione tra loro e dove solo i più forti e i più adatti sopravvivono (un modello che ha poi condotto ad una società oligarchica in cui il dominio economico è quello di poche grandi famiglie, esorbitante rispetto a quello del 99%).

15 Oltre ad aver inaugurato il darwinismo sociale, anche attraverso il recupero delle teorie di Lamarck, Spencer, che non era uno scienziato ma un filosofo, introdusse infatti anche il termine “evoluzione”, introducendo così il concetto di selezione naturale non solo come meccanismo dell’evoluzione, per spiegare la sopravvivenza o l’estinzione delle specie, ma anche come criterio di giudizio per valutare ciò che è migliore o più adatto anche in campo etico, introducendo dunque un modello competitivo nelle relazioni sociali, basato sull’idea del vantaggio personale come criterio di scelta. Questo termine fu poi adottato poi anche da Darwin, che tuttavia prediligeva la parola “selezione”, ad indicare come alcune scelte vengono premiate ed altre penalizzate.

16 Il concetto di selezione, tuttavia, introduce anche un’altra importante distinzione: quella tra selezione “naturale” e selezione “artificiale”, che riconosce all’uomo il potere di influenzare i processi naturali e indirizzarli verso ciò che ritiene più vantaggioso.

Tuttavia, soprattutto se andiamo a ritroso nel tempo, il rischio è di confondere i piani e scambiarli, ritenendo naturale ciò che invece è artificiale oppure, all’inverso, di aver creato noi qualcosa che invece è solo un “prodotto dell’evoluzione”.

17 Il cane sembra l’emblema di questo processo di mistificazione in quanto è visto come un vero e proprio “prodotto culturale”. Con l’istituzione di un rapporto diretto tra la domesticazione e la nascita della specie cane, questo animale non viene più visto come appartenente ad una specie che potrebbe esistere in natura anche senza la presenza dell’uomo (e delle pratiche di selezione artificiale). La specie cane trova posto così, anche nei nostri dizionari, solo ed esclusivamente come una specie domestica, suddivisa in diverse razze (breed, in inglese dal verbo allevare) esclusivamente allevate dall’uomo.

18 Cosa la storia del cane può insegnarci? Circa 150 anni fa alcuni personaggi hanno cominciato a selezionare cani creando così le prime razze a partire dai cani che erano diffusi in quel periodo, dopodiché hanno cominciato a dire che solo i cani da loro selezionati erano dei veri cani e che dunque il cane nasce dalla selezione umana. Hanno poi sostenuto che senza selezione il cane non sarebbe esistito e che dunque senza selezione anche oggi non potrebbe esistere (essendo stato infatti soggetto, secondo la loro teoria, ad un presunto processo di “miglioramento” da parte umana, si ritiene quindi che senza la costante azione umana non potrebbe far altro che peggiorare). Si è inoltre sostenuto che prima del cane ci fosse solo il lupo e che è grazie all’uomo e alla sua selezione che oggi il cane esiste e continua ad esistere. Si è poi pensato che tutti quei cani che non sono di razza sono soltanto incroci e meticci, senza valutare che è proprio da quei cani che derivano anche i cani di razza e scambiando quindi ciò che vi era prima con ciò che è arrivato dopo, l’antecedente col derivato, il naturale con l’artificiale.

Oggi siamo arrivati a pensare che tutti i cani derivino da qualche razza. Fino al punto che anche nei vocabolari il cane è visto esclusivamente come un animale “domestico suddiviso in diverse razze”.

Ma cosa sono le razze? E soprattutto, possiamo oggi parlare di questa specie al di là e oltre la “cultura delle razze”?

SPIRITO DI INNOVAZIONE E RISPETTO DELLA TRADIZIONE

Se secoli e secoli di dominio umano hanno ridefinito il ruolo del vivente con la creazione di modelli di produzione zootecnica e agricola sempre più omologati, funzionali e stereotipizzati, negli ultimi decenni, con il progredire delle tecnoscienze, lo scenario si è fatto sempre più convulso e preda di un delirio di onnipotenza.

Nello specifico “mondo del cane”, con la strumentalizzazione per fini utilitaristici e la sperimentazione per fini scientifici, il potere umano si è rafforzato ed esteso, pur continuando a far proprio il detto, ipocrita e autoriferito, “il cane è il miglior amico dell’uomo”.

Inneggiando falsamente al concetto di “amicizia”, nel tempo la scienza è intervenuta plasmando anche i cani, creando nuovi bisogni e desideri.

In particolare, il campo della ricerca bio-tecno-scientifica, proiettato ad un futuro sempre meno ipotetico e sempre più a breve termine, accumula dati inerenti la fenotipizzazione, il miglioramento genetico in laboratorio e la clonazione. Complici tecnologie sempre più raffinate in grado di immagazzinare ed elaborare quantità di informazioni impensabili fino al secolo scorso.

Se l’editing genetico può essere percepito come un trattamento medico, andare oltre la salute è il passo successivo. Se l’opinione pubblica pare accettare senza grosse difficoltà l’editing per scopi terapeutici, l’assimilazione dello step complementare di modifica per ottenere miglioramenti anche estetici e di prestazione fisica è alle porte. Come sempre, con la terapia passa, più o meno sotto traccia, tutto il resto.

Realizzare in laboratorio “il cane di design” o di “razza”, scevro da eventuali patologie invalidanti, “ottimizzato” per interesse e successivamente riprodotto serialmente non è più fantascienza, ma rappresenta la perversa proiezione possibile oggi giorno: per i super ricchi intanto e, se il mercato risponde, per sempre più tasche…

L’ “umano padrone” perde il pelo, non il vizio.

“Facciamo meglio di quanto la natura fa da sempre” è il pretenzioso motto promozionale del comparto biotech.

Con il rapido avanzare delle tecnologie negli ultimi decenni, declinate in ogni campo di ricerca e destinate ad un incedere sempre più frenetico e pervasivo, è difficile sperare in un futuro libero da una sperimentazione violenta e fonte di sofferenza.

Se in campo umano l’etica può ancora avere un peso, passando per i comitati etici e attraverso il controverso “consenso informato”, ricorrerci quando si tratta del resto del vivente è ancora meno plausibile. Un’etica, in questo caso, ancora più compressa fra ciò che sarebbe giusto e cosa invece è utile e non di meno, remunerativo.

Non intendiamo riprendere ora le ragioni – che condividiamo – della lotta contro la sperimentazione animale [1]. Ciò che ci preme analizzare qui sono gli effetti che l’invasività biotecnologica può avere in termini di selezione volta al “miglioramento razziale” del “migliore amico dell’uomo”.

L’enorme sviluppo delle tecniche avvenuto in contesti di altissima competività speculativa, gioca una partita pericolosa: aumentano gli strumenti a disposizione e cresce l’assoggettamento degli animali “cavia” in mano alla sperimentazione.

E’ bene sottolineare che la scienza non è neutra, perchè – come ogni produzione dell’industria culturale d’altronde – ha una doppia valenza, un dual-use.

Per curare deve creare consenso, per progredire deve ottenere finanziamenti. L’unico limite è quello economico, dunque spesso il lato ammiccante è portato a nascondere quello oscuro.

In ambito zootecnico, oltre alla tecnica di inseminazione in vitro IVF (“donatrici” di ovociti, “donatori” di sperma, cultura di embrioni e portatrici gestazionali – tra gli animali non umani ovviamente, quindi sempre senza bisogno di avere il “consenso informato”) sono due le vie intraprese in ambito di ricerca:

– la modifica genetica (OGM)

– la clonazione

Cani CRISPR: l’editing genetico

La capacità di modificare direttamente il DNA del cane ha aperto nuove strade nella medicina veterinaria e nella ricerca biologica. Questa tecnologia consente modifiche precise al genoma canino, con il potenziale per correggere difetti genetici e introdurre tratti nuovi. Stiamo parlando della CRISPR-Cas9 e di tutte le sue versioni a seguire.

Le modificazioni genetiche apportate possono essere applicate in due contesti distinti. 

L’editing somatico prende di mira le cellule del corpo di un singolo cane, il che significa che i cambiamenti riguardano solo quell’animale e non vengono trasmessi alla prole. 

Mentre l’editing della linea germinale modifica le cellule riproduttive, lo sperma o gli ovuli, con conseguenti cambiamenti ereditabili che vengono tramandati attraverso le generazioni successive. 

Applicazione primaria della CRISPR è il trattamento di malattie ereditarie comuni in specifiche razze canine. La ricerca si riconduce, per ora, anche sul cane, ma principalmente si svolge a fini di cura umana [2]

Il mondo zootecnico [3] è in fermento: nei laboratori vengono torturati milioni e milioni di animali riconducibili a varie specie, con lo scopo di affinare nuove tecniche e migliorare quelle ancora condizionate dal rischio di mutazioni “off-target”.

La domanda è: perché insistere con la problematica selezione delle “razze”, per poi aver bisogno dell’intervento biotech atto a ridurne gli effetti collaterali? Perchè all’interesse economico, si aggiunge altro interesse economico: questo è il capitalismo e anche qui, per i cani, ci stiamo dentro in pieno. Contribuire alla mappatura del genoma canino per il controllo genetico della parentela, identificare le genealogie errate, individuare precocemente il sesso delle cucciolate, selezionare i riproduttori e le riproduttrici, etc… Tutto ciò e altro ancora: non si tratta solo di questione di “salute”.

Se l’editing e le manipolazioni genetiche vedessero abbassare i propri costi, come è stato per il sequenziamento e per i test sul DNA pubblicizzati dalla vet economy – spesso richiesti da Enci – e sempre  più persone dovessero ricorrere alle lusinghe dell’ “high tech dog”, ci troveremo socialmente davanti alla più moderna idea del cane, che da migliore amico diventerebbe il più perfetto dei migliori amici: super sano, super educato, super bello. Dipende dall’idea che si ha di sano, educato e bello…

Clona il tuo cane e sarà per sempre tuo

Correva l’anno 1997 e dopo anni di tentativi qua e là per il globo terrestre, ecco che in Scozia arriva il primo mammifero clonato: la celeberrima pecora Dolly.

Nei decenni successivi è stato clonato un po’ di tutto in campo animale, con particolare attenzione riservata al settore animale “da macello” (il materiale necessario è reperibile sui pavimenti insanguinati dei macelli stessi: quando si parla di economia circolare…)

Fissare il “modello” ideale, replicarlo serialmente e farlo vivere il tempo necessario per arrivare alla fine “imposta”, è il sogno dell’industria della carne-lattiero-casearia che si realizza. E l’industria scientifica entra nel business: ad esempio, produrre meno metano [4] e il traguardo la bistecca sintetica “veg”.

La clonazione è stata sviluppata grazie a tecniche di ingegneria genetica come il trasferimento nucleare somatico (SCNT). Grazie alla clonazione è possibile generare l’animale con genoma modificato partendo da una cellula coltivata in vitro.

Grande risorsa per il settore equestre di alto livello, dove i cavalli clonati, da qualche anno sono ammessi nelle competizioni. Il primo clone equino, una cavalla chiamata Prometea, è stata  partorita in Italia nel 2003.

Inquietante anche il risvolto di proprietà – di “brevetto” – sorto quando una “icona mondiale del polo argentino” è riuscita ad ottenere legalmente il diritto esclusivo sulla proprietà genetica degli animali clonati [5]; da qui il rimando anche al mondo vegetale [6].

Torniamo al cane, senza dimenticare cosa rappresenti “la proprietà intellettuale applicata al materiale genetico”.

1095 embrioni ricostruiti in laboratorio, impiantati in 123 madri surrogate. Soltanto due sono arrivate a concludere la gravidanza, con un tasso di “efficienza” dell’1,6%.

Uno dei due cuccioli è morto di polmonite dopo 22 giorni dalla nascita, ma, rassicurano i  ricercatori, non presentava alcuna disfunzione anatomica.

L’altro cucciolo, il sopravvissuto, è stato chiamato ‘Snuppy’. Sud Corea questa volta, 2005, lo stesso anno di ‘Little Nicky’, negli Stati Uniti.

La clonazione dei “pets” è già attuata e commercializzata. Che arrivi ovunque è solo questione di tempo e di soldi.

Con “soli” 50.000 dollari, circa 55.000 euro se scegliete la Spagna [7], la selezione “razziale” può fare un altro salto di qualità: si parla già sul web di “razze” clonate.

Sul sito di uno dei principali centri statunitensi specializzati in biotech si legge:  “Abbiamo prodotto migliaia di mucche clonate felici e sane e centinaia di cavalli clonati, tra gli altri animali. Le stesse pratiche e competenze che sono alla base di questi successi vengono ora applicate alla clonazione canina tramite ViaGen Pets [8] Ci aspettiamo che il costo della clonazione del vostro animale domestico venga ridotto, senza compromettere la nostra impareggiabile cura degli animali e l’amore che dimostriamo agli animali del programma ViaGen Pets.

Visti i costi elevati, nell’impossibilità di avanzare una proposta commerciale accattivante alla portata di un mercato allargato, il marketing si fa largo anche facendo leva sul lutto, sul dolore derivato dalla morte del nostro “migliore insostituibile amico”. Mentre la psicanalisi narra ancora di cinque fasi del lutto, chi si occupa di clonazione ne offre una sesta: la resurrezione! (Dicesi “tecnoteismo”).

L’elaborazione della perdita di un affetto è un processo personale, difficile, lento e delicato. Non è una malattia da cui si può guarire o meno.  Ridurre però “l’amico defunto” a “qualcosa” di replicabile, è una trovata commerciale raccapricciante che non può alleviare il dolore ma solo illudere, riconducendo l’amato quadrupede nuovamente ad oggetto “copia e incolla”, sminuendo l’individualità sia dell’ “originale”, sia della “copia”.

Replicare esteticamente l’essere che abbiamo perso per colmare il vuoto dato dalla sua assenza, ha del morboso.

Cercare di attenuare il nostro dolore acutizzando quello di altri, nulla ha a che fare con l’amicizia e l’amore declamato dai programmi di clonazione.  

La megalomania di chi offre e di chi commissiona, nulla hanno a che fare con la convivenza ed il rispetto reciproco.

Tanta indignazione sorge, per fortuna ancora, quando si parla di clonazione dell’essere umano.

Che altrettanta si sprigioni anche ma non solo, quando si tratta di cani e cagne, i più abusati “amici dell’uomo”.

1] https://eur–lex.europa.eu/

2] https://www.research4life.it/

3] https://creafuturo.crea.gov.

4] https://youtu.be/PsqEn2tvREc

5] https://www.cavallomagazine.

6] https://crispr.blog/2025/06/

7] https://ovoclone.com/dog–

8] https://www.viagenpets.com/