Perché lo sgravio dell’IVA indiscriminato danneggia gli animali


“Cani, gatti, pesci, uccelli. In Italia sono quasi 54 milioni. Costano molto. Danno tanto.
E chi li cura merita almeno il taglio dell’IVA.”
https://lespresso.it/c/economia/2026/6/1/animali-da-compagnia-iva-numeri-italia/62334

Le parole tratte dall’articolo di Viola Catignani del 1° giugno 2026, descrivono inconsapevolmente una serie di pericolose criticità interiorizzate nella nostra cultura e nel rapporto fra esseri umani e altri animali.
Nel dato dei 53,6 milioni di animali, presenti nelle abitazioni e restituito dal rapporto Assalco Zoomark, non sono presenti solo i classici cani e gatti ma anche uccelli, piccoli roditori, rettili, anfibi e pesci. Centinaia di migliaia di cavie, criceti, cincillà, conigli nani, gechi, serpenti, tartarughe, pesci esotici di ogni forma e colore che vengono ogni giorno acquistati e rinchiusi in teche di plastica e vetro, gabbiette e ruote panoramiche vista cucina o letto singolo.
La stessa Assalco, che da una parte fa le veci dell´ISTAT per gli animali da compagnia – assumendo quindi un ruolo terzo e super partes, spesso richiamato quando servono dati sulla popolazione pet – dall´altro agisce il suo ruolo primario, di agenzia responsabile (associata alla lobby europea di categoria, FEDIAF) degli interessi di buona parte dei produttori di petfood, accessori e servizi sui quali questo fantomatico sconto dell´Iva viene proposto. Ma che bel regalo!
Movimenti di esseri viventi che hanno nutrito le pingui casse dell’industria del pet italiana per oltre 5 miliardi di euro nel 2025. La visione antropocentrica di questa narrativa imprenditoriale farcita di buoni sentimenti verso il “pet di famiglia”, non tiene in alcun modo conto delle vite di questi animali la cui etologia è sacrificata sull’altare del capitale.
Il ruolo sociale degli animali, e il loro spasmodico acquisto e possesso, non viene indagato ma viene raccontato come una “conquista”; una conquista in cui alberga il presagio di abbandono – stando all’articolo – risolvibile con una mera diminuzione della spesa economica per il loro mantenimento.
In Italia, infatti, l’Iva è al 22 per cento sia per il cibo che per le prestazioni medico veterinarie.
Ma qual è il limite di questa visione?
Anzitutto, non creare alcuna distinzione fra animali prodotti per essere mercificati e quelli che vengono effettivamente sottratti a condizioni inique, che siano di maltrattamento o al limite della sopravvivenza.
In seconda battuta, il concetto di cura necessita di avere un criterio per poter essere utilizzato e il rischio in questo caso è di risultare un termine persuasivo e mistificatorio che omologa qualsiasi situazione di convivenza fra umani e altri animali.
Se la cura, infatti, è qualcosa che in questo ambito soprattutto, dovremmo assimilare alla solidarietà e all’empatia, viene da chiedersi cosa ci sia di solidale ed empatico nell’acquistare e favorire lo sfruttamento di migliaia di esemplari di specie diverse che vengono fabbricati e confezionati per essere trattenuti dietro le invisibili grate delle necessità umane.
In tal senso dunque, il taglio dell’Iva rischia di essere una misura troppo superficiale che potrebbe rimpolpare le pratiche di compravendita con un conseguente incremento dello sfruttamento animale.
Né tantomeno è auspicabile un suo aumento, che favorirebbe le classi privilegiate a scapito di chi è in svantaggio economico risultando uno strumento discriminatorio e classista.
Al contrario, sarebbe urgente implementare un sistema di tassazione sull’acquisto di animali che vada, da un lato, a scoraggiarne la compravendita e quindi a minare un mercato del tutto equiparabile a quello schiavista e, dall’altro, a sorreggere le azioni di cura su base solidaristica: adozioni, rifugi, case-famiglia.
Le spese veterinarie potrebbero iniziare a beneficiare di un sistema di pagamento basato sul reddito affinché chi non giova di alte entrate sia facilitato nel mutuo aiuto che si propone di offrire ad animali in difficoltà.

È fondamentale assumere una prospettiva più collettiva e meno individualista che permetta di guardare oltre il personale vantaggio ottenuto da questo sgravio fiscale.
L’aumento esponenziale di animali trasformati in oggetti “da compagnia” dovrebbe essere considerato drammatico e allarmistico: i reali diritti degli animali sono inversamente proporzionali ai profitti che generano.
Più l’introito è elevato e più vengono oleati gli ingranaggi della produzione togliendo sempre più spazio e valore all’ autonomia e alla libertà come diritti fondamentali di ciascuna specie vivente.


Siamo sicuri che siano gli animali a “darci tanto” o
siamo noi a togliere loro qualcosa?